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Fabrizio De André, La storia di quella canzone in sardo

Fabrizio De André ha sempre composto canzoni con un linguaggio particolare ed unico. Ciò per quanto riguarda l’uso dei vocaboli, con un lessico ricercato e poetico che gli ha fatto guadagnare un posto nel cuore di tutti i fan e della critica. Uno degli aspetti più interessanti della discografia del cantautore è stato poi sicuramente l’utilizzo del dialetto. L’intero disco Crêuza de mä si basa proprio sulla voglia di Fabrizio De André di omaggiare la sua terra, Genova e la Liguria in generale, usando il dialetto genovese. Questo dialetto è, a differenza ad esempio del napoletano, poco impiegato nella musica. Ma Fabrizio De André cantò anche in sardo e per essere precisi in gallurese.

De André e i dialetti

Fabrizio De André ha composto tantissime canzoni usando vari dialetti. Pensiamo alla conosciutissima Don Raffaè, con un testo scritto in napoletano che fa riferimento a Domenico Modugno ed alla realtà mafiosa nelle carceri. Poi il già citato Crêuza de mä, che non è sola opera del cantautore in cui emerge un interesse per il genovese. Pensiamo alla famosa Dolcenera, iconica canzone del cantautore, conosciuta per i cori in ligure.

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
Amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
Amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
Amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê.

Fabrizio De André canta in sardo

Nel 1978 esce nell’album Rimini la canzone Zirichiltaggia (Baddu tundu). Il titolo così particolare non è casuale: come capiamo, è un brano in dialetto. La particolarità sta nel fatto che il dialetto non sia napoletano e nemmeno genovese, bensì gallurese. Il brano risente dell’esperienza personale dell’autore. Infatti, Fabrizio De André nel 1974 De André lasciò Genova e si trasferì in una tenuta di nome L’Agnata a Tempio Pausania in Gallura. Così il cantautore scrisse questo testo dal contenuto piuttosto semplice. Infatti, racconta la lite di dei fratelli ed in particolare è visto dal punto di vista di uno solo di loro che si lamenta dell’eredità del padre, a suo dire sottratta da uno di loro. Rinfaccia al fratello anche tutte le volte in cui lo ha aiutato. È evidente che la grandezza del brano sta soprattutto nell’uso pronto della lingua che combina italiano e gallurese. Assume una grande importanza anche alla luce di quanto vissuto da Fabrizio De André in Sardegna.

Di chissu che babbu ci ha lacátu la meddu palti ti sei presa
Lu muntiggiu rúiu cu lu súaru li àcchi sulcini lu trau mannu
E m’hai laccatu monti múccju e zirichèlti.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.