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Kurt Cobain, quando il leader dei Nirvana parlò a Boddah di Freddie Mercury

Il mondo della musica e dell’arte sono costellati da artisti in continuo contatto gli uni con gli altri. Realtà e ambienti così fluidi, in cui le idee e le suggestioni viaggiano di persona in persona, influenzandosi a vicenda. Ogni musicista attinge alla storia che lo precede e ispira quelli che verranno dopo di lui. Quando poi si parla di artisti immortali, leggende epiche che hanno lasciato un’impronta indelebile nel mondo dell’arte, è impossibile non trovare legami importanti. Kurt Cobain e Freddie Mercury sono tutt’ora due icone imprescindibili della musica. Ma di che natura era il rapporto tra il frontman dei Queen e quello dei Nirvana?

Kurt Cobain, la lettera a Boddah e Freddie Mercury

La morte di Kurt Cobain, l’angelo triste e maledetto del grunge, segnò un cesura tra quello che era stato fatto prima di lui e quello che avverrà dopo. Quel 5 Aprile 1994, quando il frontman dei Nirvana moriva nella sua casa di Seattle la musica venne colpita da un’altra, tragica perdita. Tre giorni dopo, accanto al suo corpo venne ritrovato un fucile e una lunga lettera d’addio indirizzata all’amico immaginario Boddah.

Una lettera che trasuda disperazione, ma anche l’eccessiva sensibilità di un’anima che sentiva tutto, troppo. Gioia all’eccesso, dolore all’eccesso, tristezza all’eccesso. “Devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più – scrive Kurt Cobain in un passaggio – Sono troppo sensibile […] ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti […] credo di amare troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste”.

Solo tre anni prima, il 24 Novembre 1991 il mondo aveva visto spegnersi Freddie Mercury, eclissato da una polmonite resa letale dall’AIDS. In uno dei passaggi chiave della sua lettera, Kurt Cobain cita direttamente il cantante dei Queen. Il confronto nasce dalle emozioni, dall’eccitazione che entrambi provavano salendo sul palco. Il frontman dei Nirvana si paragona ad un artista che si inebriava della folla che lo ascoltava, si donava ad essa ma non ne veniva soggiogato. Freddie Mercury rimaneva padrone di se stesso, guidando il suo pubblico, intrattenendolo.

Kurt Cobain parla del cantante dei Queen: due modi di salire sul palco

“Quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento l’urlo del pubblico, non provo quello che provava Freddie Mercury – continua Kurt Cobain nella sua lettera d’addio indirizzata a Boddah – si sentiva inebriato dalla folla, ne traeva energia e io l’ho sempre ammirato e invidiato per questo”. Il cantante dei Nirvana guarda dal basso ad un artista che ai suoi occhi sapeva fare ciò che a lui non riusciva. Essere capace di dominare il palco, di guidare la folla, di non lasciarsi travolgere da essa e dalla musica.

Ogni artista porta sul palco con sé i propri demoni e forse non fa differenza ergersi su una massa che canta, apparentemente invincibile, o piegarsi su se stessi, con i capelli a coprire il volto, mentre si grida nel microfono. Ma per Kurt Cobain, Freddie Mercury aveva conservato, fino alla fine, una cosa che lui aveva perso. La capacità di attingere energia dalla musica, dal pubblico, la capacità di sentire tutto senza esserne travolti.

“A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco” continua il frontman dei Nirvana, dopo aver citato Mercury. “Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire incredibilmente colpevole”.

 

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Giulia Prosperini, classe 1993, laureata in Lingue e Letterature Straniere. Tante passioni, tra cui la musica e il rock 'n roll. Esperta del mondo Grunge, i Pearl Jam e i gruppi storici di Seattle. Scrittrice per vocazione e per hobby, specialista di recensioni e curiosità, capace di spaziare dalla cronaca all'aneddoto, dagli approfondimenti alle ultime news del mondo della musica.