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Pink Floyd, la storia di quello che la critica definí “uno dei più grandi capolavori del rock psichedelico di tutti i tempi”

Dicono che il leggendario profeta Timothy Leary dosasse le bevande alle feste con LSD, ma potrebbe non essere stato necessario. Alla fine degli anni ‘60, c’era già qualcosa nell’aria (e nell’acqua) che segnava un cambiamento culturale radicale; le droghe ricreative erano solo una parte di quest’idea. Entro il 1967, anno dell’estate dell’amore, la controcultura ebbe una spinta incredibile grazie a un album davvero pazzesco. Andiamo allora a vedere la storia di quello che la critica definí “uno dei più grandi capolavori del rock psichedelico di tutti i tempi”, definito tale da Pitchfork.com. Non avete ancora indovinato quale è l’album in questione? Rimanete qui per scoprirlo.

L’album psichedelico dei Pink Floyd

I Pink Floyd furono i primi a puntare e fare leva su un ambiente psichedelico underground. A dire il vero, anche altri gruppi o artisti avevano preso questa piega artistica, in misura chiaramente diversa. Pensate che in realtà i Pink Floyd non si fecero mai portavoce della rivoluzione anti-poteri forti, loro volevano solo fare musica. Questa loro spinta fu straordinaria: non erano leader diversi all’interno del gruppo, come lo erano i Beatles, ma erano compagni di viaggio, quasi amici. La loro vicinanza e amicizia diede vita a The Piper at the Gates of Dawn, uno dei più grandi capolavori del rock psichedelico di tutti i tempi.

L’influenza psichedelica del disco

Il disco fu registrato ad Abbey Road nello stesso momento in cui i Beatles stavano registrando Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. I Beatles esercitavano il controllo completo sugli strumenti dello studio, i Pink Floyd usavano invece lo studio appositamente per liberarsi da tutte i paletti mentali e musicali. Tra questi, quello che riusciva a perdere il controllo con maggior intensità era Syd Barrett, come potevate immaginare. Meno di un anno dopo l’uscita di The Piper at the Gates of Dawn, nel 1967, Barrett era fuori dalla band per i suoi comportamenti a dir poco incontrollabili. Barrett visse il resto della sua vita come un reduce ferito dell’età psichedelica, mentre i Pink Floyd continuarono una carriera enorme.

I Pink Floyd si sono dimenticati di qualche disco?

Fino al 2017, 50 anni dopo praticamente, i Pink Floyd sono stati decisamente avari con i loro archivi inediti e non hanno fatto tantissime ristampe. I fan si sono dovuti accontentare di A Treeful of Secrets, una compilation di rarità creata dai fan stessi. Per fortuna il batterista dei Pink Floyd Nick Mason aveva avviato un tour, prima di questo stop forzato a causa Coronavirus, in cui proponeva il repertorio iniziale della band britannica. Forse la band ha un po’ dimenticato il valore di The Piper at the Gates of Dawn, riproponendo di rado i pezzi tratti dal disco in questione nel corso degli anni.

Un capolavoro incredibile

I pezzi “Arnold Layne” e “See Emily Play sono tra le migliori canzoni dei primi Pink Floyd, e in particolare del genio pop di Syd Barrett. In effetti, è la presenza di Barrett (che ha scritto quasi tutte le canzoni) che spiega l’influenza dell’album come qualcosa di più di una semplice reliquia psichedelica. Comunque il disco è invecchiato benissimo, ne siamo certi, e vi invitiamo ad ascoltarlo dato che si tratta uno dei più grandi capolavori del rock psichedelico di tutti i tempi.

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Mi reputo da sempre un appassionato di rock (soprattutto inglese, son cresciuto con il Britrock) e sono un po' il carnivoro che si scaglia contro i vegani (la nuova musica pop dei giorni nostri). Scherzo, sono solo sarcastico.