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De andrè: 5 curiosità che non sai sul cantautore italiano

 Fabrizio De Andrè. Il cantautore genovese ha sicuramente rappresentato per la cultura e la musica un cardine fondamentale, ma non solo: raramente bisogna considerare la musica come arte a sè, quasi fosse fine a sè stessa. Nel caso di De Andrè, questo discorso è ancora più valido: De Andrè è uno dei massimi esempi del cantautorato italiano certamente non per caso. I suoi temi, le sue scelte dal punto di vista sia politico che sociale, le sue considerazioni hanno trovato un riflesso importante nella musica. Una musica che parla degli ultimi, di coloro che fanno parte delle classi sociali e delle condizioni più infime, quasi dimenticate dal popolo. Una musica che, infine, ha saputo dare un senso culturale molto importante a tutta la nazione, che a Faber stesso deve molto, troppo.

Il personaggio di De Andrè avrebbe bisogno di pagine e pagine per poter avere una completa connotazione: non bastano poche parole, pochi aneddoti o poche considerazioni. Il fatto che sia, da molti, considerato inarrivabile è la conferma di quanto complesso sia il suo personaggio e quanto elevata sia la sua arte, benchè in alcuni casi parla di prostitute o ladroni. Noi oggi, anche per ricordare la sua figura attraverso attimi fondamentali (o particolari) della sua vita, abbiamo raccolto 5 tra le curiosità più interessanti che riguardano la sua figura e che, forse, non conoscevate:

1) Il soprannome “Faber” è stato così tanto importante per lui da essere lungamente accostato, e quasi sostituito, al suo nome: è molto più semplice, in effetti, parlare di “Faber” e non di “Fabrizio De Andrè”. Ma qual è la storia di questa scelta? E’ una semplice abbreviazione? Non lo è, in effetti: il soprannome fu scelto da Paolo Villaggio, suo grande amico, poichè il cantautore genovese era un grande amante dei Faber-Castel, pastelli colorati e matite ancora oggi utilizzati.

2) Proprio a proposito di Paolo Villaggio, c’è l’aneddoto molto curioso che riguarda “Carlo Martello che ritorna dalla battaglia di Poitiers” che non si può fare a meno di citare. La canzone, impostata come una sorta di ballata medievale e scritta proprio a quattro mani con l’attore di Fantozzi, ridicolizza su una figura storia come Carlo Martello, quasi in preda alla bestemmia quando, tornando nel suo regno, le “tariffe” delle prostitute sono aumentate. Legata alla canzone è una divertente curiosità che ci è stata riportata dallo stesso Villaggio: «La notte in cui scrivemmo Carlo Martello era successo di tutto. Lui mi chiese di mettere i versi sulla sua musica solo perché mi piaceva molto la storia medievale. Ma quella che venne fuori era una canzone troppo atipica per gli standard dell’epoca, era rivolta a un target diverso da quello delle canzonette che giravano, così pensammo di portarla a Milano a Nanni Ricordi, l’unico discografico illuminato che conoscevamo. Prendemmo una macchina prestata da Mauro, il fratello di Fabrizio, era una spider rossa e lui disse: “Mi raccomando, se ci fate solo un graffio…”, e noi: “Ma ti pare, che dici, te la riportiamo perfetta […] All’alba siamo ripartiti, abbiamo sfasciato la macchina slittando su una macchia d’olio, siamo tornati in autostop. Quando ci vide Mauro chiese con un tono da battaglia: la macchina? Sei stato fortunato, rispondemmo, non ci siamo fatti niente. Ci ha sputato in faccia.»

3) “Hotel Supramonte”, una delle canzoni più belle, a nostro dire, e famose, è la quinta traccia de “L’Indiano” (Fabrizio De Andrè), decimo album in studio del cantautore genovese. La canzone si ispira al rapimento che Faber e Dori Ghezzi subirono il 27 Agosto del 1979. “Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere.”, commentò De Andrè. Il rapimento avvenne a Tempio Pausania, e il sequestro durò per ben 117 giorni, finchè non fu pagata la cauzione richiesta di 600 milioni di lire. Dori Ghezzi fu liberata il 20 dicembre, mentre, un giorno dopo, fu liberato anche Fabrizio. Nel frangente del rapimento, qualcosa cambiò anche nella tanto delicata religione di De Andrè: «Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza.»

4) Abbiamo citato la religione nel passaggio precedente: il rapporto con la religione per De Andrè è sempre stato piuttosto delicato. Sarebbe sbagliato definirlo un ateo, dal momento che, in ogni sua dichiarazione a proposito, ha sempre espresso una vicinanza con uno “spirito elevato” che non per forza andava identificato con il nome di Dio. “Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’universo.” , dichiarò, infatti, in un’intervista. Più che lontananza da Dio è opportuno, in effetti, sottolineare la lontananza dalla religione, dal clero. L’atteggiamento di Faber era, dunque, più che altro anticlericale. Emblematico in questo senso è il tentativo di umanizzione che compie nei confronti della figura di Cristo nella sua “Buona Novella”, album importantissimo per la religione e la sua interpretazione. Importante, però, in quest’ambito è citare ancora una volta lo stesso De Andrè, che affermò che Cristo fosse la più importante figura rivoluzionaria di tutti i tempi, e che nell’album aveva espresso una propria visione personale di Dio, senza ricorrere alla metafisica o alla teologia.

5) Non era un grande amante delle auto, nonostante sapesse guidare e aveva una “Diane 6” arancione. Detestava guidare poichè stare al volante gli ricordava un brutto incidente passato. Tuttavia, anche riguardo alla sua patentec’è un aneddoto curioso, riportatoci da Antonio Abeltino, suo amico che con lui frequentava la stessa scuola guida e con lui prendeva lezioni: “Fabrizio arrivava sempre un po’ in anticipo perché sapeva che il vero appuntamento era nell’ingresso accanto. Vede quel cortile in fondo all’androne? All’epoca c’era un botteghino. Sì, insomma, una vineria improvvisata dove ti servono soltanto vernaccia e acquavite buona. Noi fogli rosa ci riunivamo lì. E Fabrizio con noi, a bere e a raccontare storie sino a tarda sera». Faber prese la patente a Olbia, nel ’77, a via Tola.

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