29 July, 2021, 05:20

Giorgio Gaber, La storia di Verso il terzo millennio

Giorgio Gaber ha interpretato canzoni dal contenuto vario e composito nel corso della sua carriera, soprattutto quando prese in mano la sua vita e decise di mettere da parte il mondo della televisione e dedicarsi al teatro. Così con Sandro Luporini nacque il Teatro Canzone. Un genere ibrido che in quanto tale non poteva non essere variopinto anche nelle tematiche. Politica, società, ma soprattutto umanità. Nell’analisi di emozioni e situazioni umane si disgrega la storia di questo Signor G, un personaggio che più che finzione è dura realtà e che Gaber ha reso sempre perfettamente. A volte, il Signor G lasciava spazio alla tristezza. Per questa ragione, oggi parleremo di uno dei brani apparentemente più malinconici del repertorio gaberiano: Verso il terzo millennio, conosciuta anche con il titolo di E tu mi vieni a dire.

E tu mi vieni a dire

Nell’album dal vivo Gaber 1999/2000 è presente la canzone “E tu mi vieni a dire”, che si chiama così dall’incipit che in anafora ritroviamo in ogni verso. Questo disco è la registrazione dello spettacolo avvenuto nell’ottobre del 1999 al Teatro Morlacchi di Perugia. La politica occupa gran parte dello spettacolo e questa canzone, tuttavia, si pone come un unicum particolare all’interno del lavoro gaberiano. Infatti, il testo ha una matrice estremamente filosofica, cosa che ritroviamo spesso nei testi di Sandro Luporini, tuttavia la matrice esistenzialista è anche più pregnante.

Verso il terzo millennio torna in La mia generazione ha perso

Il titolo Verso il terzo millennio appare per la canzone con il medesimo testo, nell’album La mia generazione ha perso. Si chiama così da una frase del brano La razza in estinzione. Giorgio Gaber ha con questo suo album criticato aspramente la società moderna. Ne evidenzia la mancanza di cultura, per il decadimento a cui sta andando incontro ogni principio, ogni ideale. Non stupisce allora che anche questa canzone appaia fortemente pessimista e si sia deciso di riportarla proprio in quel disco. La mia generazione ha perso riflette, infatti, l’ultima “poetica” del cantautore, fatta da profonda amarezza.

Il significato della canzone

Eppure, Giorgio Gaber in questo testo elenca anche una serie di aspetti positivi riguardo alla vita dell’uomo. Tutti veri, certo, ma volte sembra che all’umanità manchi proprio la comprensione di certi aspetti che sembrano anche ovvi. Progrediamo con la scienza, ma poi non riusciamo a dare uno scopo alla nostra vita, la tranquillità della civiltà sembra una sorta di illusione, poiché invece tutto sembra sempre perduto. Ci ritroviamo spesso smarriti, confusi, l’esistenza è davvero complicata. Eppure, dopo questo elenco, dopo un apparente pessimismo, Gaber regala una bellissima e intensa conclusione: tutto ciò che accade è parte della vita. E allora non dobbiamo rammaricarci, ma continuare a lottare, a vivere, a resistere e ad appartenere – del resto l’appartenenza è una delle concezioni più importanti nella poetica gaberiana.

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