Che cosa ne pensiamo del film Bohemian Rhapsody

Che cosa ne pensiamo del film Bohemian Rhapsody

Ne abbiamo parlato tanto, forse più di ogni altra cosa, in questi ultimi tempi: dalle dichiarazioni ufficiali al trailer, dai record di incassi alle difficoltà sul set, dal ruolo di Rami Malek che – per più di un addetto ai lavori – è da Oscar a quanto sia difficile rendere, dal punto di vista cinematografico, un personaggio come Freddie Mercury. Insomma, quasi fosse una di quelle sculture greche la cui bellezza complessiva può essere osservata soltanto nella sua integrità, abbiamo cercato di cogliere ogni elemento, ogni tassello, ogni parametro di un film che ha creato tanta speranza, tanta attesa e tantissima curiosità. Ma fino a ieri ci mancava ciò che, più di ogni altra descrizione estetica e formale, riuscisse a definire proprio quella scultura greca: il concetto, il contenuto, insomma tutto ciò che non è mera forma. Fino a ieri, per l’appunto, perchè ieri abbiamo avuto il piacere immenso di vederlo, Bohemian Rhapsody, e riuscire a dare finalmente un senso a tutte le nostre parole.



Senza eccedere in troppi giri di parole, Bohemian Rhapsody è un capolavoro, e non riusciamo a dar credito a tutte quelle critiche che sono state mosse al biopic sulla vita di Freddie Mercury. Ma procediamo con ordine. Abbiamo parlato di tanta attesa, per l’appunto, perchè così è stato. Tra un invito rifiutato e un “ho troppo da dare quel giorno”, abbiamo aspettato giovedì 29 novembre costituendo un piccolo gruppo di quattro amici. Il caso vuole che, nonostante il fremito e la voglia smisurata di vedere quel film, il cinema della nostra città non abbia trasmesso il film giovedì, per un guasto tecnico. All’attesa aggiungiamo ancora un giorno, convinti che il successivo sarà quello perfetto e che ne varrà la pena. La sala ci accoglie in un modo particolare, che nel momento stesso non sembra essere di rilievo: quasi tutti sono già usciti prima che i titoli di coda siano terminati, e allora possiamo già entrare mentre la canzone dominante è The Show Must Go On. E, pensandoci, è proprio così: quella canzone è contemporaneamente l’inizio e la fine, l’atto primo e ultimo della band e del film, di Freddie Mercury e di tutti i suoi fan.

Ma, dopo questo preambolo, arriviamo al film: c’è una differenza sostanziale tra film e documentario, ed è rappresentata dagli elementi utilizzati e dal modo in cui questi elementi vengono trattati. In altre parole: se la vita di Freddie Mercury si è basata su (spariamo un numero a caso) 10 elementi, il documentario li tratterà minuziosamente tutti e dieci, mentre il film ne romanzerà cinque. Forti di questa consapevolezza, non ci si può offendere se questo o quell’elemento sia stato escluso dal film, o se questo o quell’elemento sia stato forse troppo estremizzato o forzato: rientra tutto nelle logiche della regia e della cinematografia, nel saper far cinema per lo spettatore, nel saper coinvolgere e far amare il proprio prodotto. Il film è ricco di questi elementi: da Bohemian Rhapsody suonato per la prima volta dal letto, senza guardare la tastiera, fino a Freddie Mercury che – parlando con Mary Austin sotto la pioggia – torna sui suoi passi dopo un anno di perdizione. Ma sono elementi che, benchè palesemente fittizi, rientrano nella logica dell’interessante per mezzo, come lo definirebbe Alessandro Manzoni. Al di là di tutto ciò, il film è stato un capolavoro: forse si abusa troppo di questo termine, lo si pronuncia con troppa facilità, specie nelle condizioni in cui ci si trova di fronte a grandi artisti o grandi realtà. Ma questa volta è tutto vero, e non esageriamo nell’utilizzare questi dieci lettere. Capolavoro perchè sa coinvolgere dall’inizio alla fine, rompendo quella che – nel gergo teatrale – è la quarta parete, facendo metaforicamente entrare lo spettatore in ciò che sta guardando, senza filtri o ostacoli. Capolavoro perchè fa dell’analisi psicologica un qualcosa di importantissimo e approfondito, tanto che, seppure il protagonista non fosse stato Freddie Mercury ma un qualsiasi Mario Rossi, ogni scena trattata avrebbe avuto il suo senso ugualmente. Capolavoro perchè parla, tratta, approfondisce, mette nel dettaglio capolavori.

Il film è stato un turbine di emozioni in tutti i suoi 133 minuti, con il suo apice – naturalmente – negli attimi finali del Live Aid. Mai banale, mai scadente, anche quando ha trattato di tematiche che rischiavano di ricevere una trattazione troppo approssimativa (come l’ammissione di bisessualità di Freddie). Apprezziamo particolarmente la scelta di concludere con il Live Aid: è vero che l’evento che forse più di tutti ha portato i Queen sul tetto del mondo è stato il concerto di Wembley, un anno dopo, ma il Live Aid ha avuto una connotazione differente. E’ stato il concerto della ripartenza, della “revitalizzazione” (come lo definì Deacon), del definitivo rilancio dei Queen, che sembravano essere diventati quattro monadi, quattro enti a sè. Ma non solo per questo: concludere nell’apice, sottintendendo tutto ciò che c’è stato poi e semplicemente informando degli ultimi attimi di vita di Freddie Mercury, ha sì tolto al film quella patina di realismo che avrebbe potuto avere in ultima analisi, ma ha conferito spettacolarità a un finale che è stato la ciliegina su una torta di per sè già gustosa.



E ci risiamo, allora, negli ultimi attimi: titoli di coda, la maggior parte delle persone abbandona la sala mentre lo schermo proietta nomi, riconoscimenti e crediti. Il sottofondo, come un cerchio che idealmente si chiude, è sempre lo stesso: The Show Must Go On.





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Amante del rock 'n' roll in tutte le sue definizioni. Articolista che può spaziare tra notizie di attualità, curiosità e aneddoti (riguardanti band, artisti, album o singole canzoni) fino a classifiche di vario genere.