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Desmond Child rivela: “A causa dello streaming guadagno di meno”

Desmond Child, noto produttore discografico e compositore, confessa il calo dei profitti derivanti dall’ascolto in streaming della musica. Compositore tra gli altri anche per Joan Jett, Bon Jovi, Aerosmith, Kiss, Cher e Ricky Martin, ha lavorato come produttore con Scorpions, Robbie Williams, Alice Cooper e Deep Purple.

Lo streaming è dannoso per i cantautori?

“Prima con un brano eravamo in grado di sfamare una famiglia, mentre ora non è così”, ha dichiarato duramente Desmond Child, prendendo in esame come conferma di questa situazione sconfortante, il compenso ottenuto tramite la canzone “Livin’ On A Prayer” – scritta nel 1986 da Bon Jovi (cantante), Richie Sambora (chitarrista) e Desmond Child (produttore), inclusa nel terzo album studio della band: “Slippery When Wet.

Questo brano di successo ha ottenuto circa cinquecento milioni di ascolti in streaming tra Spotify e Pandora, riporta il produttore che aspramente confessa “[…] il mio compenso è stato di 6.000 dollari. Tutto qui.”, commentando che nell’era in cui tutta la musica (e non solo) è disponibile nel palmo di una mano grazie agli smartphone e ai servizi di streaming on demand – i quali aumentano in maniera spropositata l’offerta musicale e la relativa diffusione su scala mondiale – gli unici che si ritrovano a perdere sono i cantautori.

La tutela dei diritti digitali

Qualcosa comunque è stato fatto a tutela dei cantautori e per quanto riguarda lo streaming DRM (“Digital Rights Management”). Il 18 settembre 2019 il Senato degli Stati Uniti ha approvato all’unanimità il Music Modernization Act, che aggiorna le disposizioni riguardanti il diritto d’autore e i diritti connessi negli USA, affrontando così la sfida rivolta alla tutela del copyright nell’era digitale.

Anche se Desmond Child ribatte che “[…] ci vorranno sei, sette anni per notare la differenza…”. Ciò non basta comunque perché secondo il noto produttore “È tempo che tutti i Paesi rispettino la proprietà intellettuale”, e spera che la Cina, aggiunge, “[…] cominci a pagarci le royalties, invece di limitarsi a produrre copie delle nostre canzoni e ad ignorare le nostre leggi sul copyright”.

Livin’ On A Prayer: la storia di un brano simbolo degli anni ’80

La scelta della canzone “Livin’ On A Prayer” da parte del produttore Desmond Child, per spiegare tali vicissitudini, è curiosamente evocativa. Il brano – che ricordiamolo è inserito nell’album “Slippery When Wet” del 1986 con circa 33 milioni di copie vendute in tutto il mondo e 8 settimane consecutive in vetta alla Billboard 200 – racconta la storia di una coppia (Tommy e Gina) molto unita dall’amore ma con gravi difficoltà sul piano economico le quali rischiano di comprometterne il rapporto. Il messaggio della canzone però è positivo: inneggia alla voglia di vivere, a non lasciarsi abbattere dagli ostacoli della vita e nel caso specifico del testo del brano, dalle difficoltà materiali, soprattutto se si ha la possibilità di affrontarle insieme con la persona amata.

Alla luce di questo, risulta facile andare a rileggere nel testo della canzone i due versi forse più rappresentativi: “We’ve gotta hold on to what we’ve got / It doesn’t make a difference if we make it or not”. Avrà voluto essere per Desmond Child, un messaggio rivolto a se stesso?

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Studente e amante del rock 'n' roll in tutte le sue definizioni. Esperto articolista specializzato in diverse testate di attualità e news. Abile nello spaziare - nell'ambito del rock - tra notizie di attualità, curiosità e aneddoti (riguardanti band, artisti, album o singole canzoni) fino a classifiche di vario genere.