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Giorgio Gaber, La storia delle sue canzoni censurate

La censura ha sempre interferito con le produzioni artistiche dell’uomo. Adesso nel 2020 è un problema meno scomodo, anche se a volte accade anche adesso. Ci sono stati periodi in cui a causa della censura gli artisti sono stati costretti a cambiare i propri testi. Un esempio famosissimo è Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni in cui il famoso verso “E la paura e la voglia di essere nudi” venne cambiato con “E la paura e la voglia di essere soli”. Oppure Alex Britti, la cui Oggi sono io viene spesso cantata non dicendo “perché è squallido provarci, solo per portarti a letto”, ma censurando il riferimento sessuale con “senza amore e senza affetto”. Uno degli esempi più emblematici della lotta alla censura è l’atteggiamento di Giorgio Gaber. Vediamo perché.

Giorgio Gaber e l’invadenza della censura

Negli anni ’60 la censura era molto severa per quanto riguarda i testi delle canzoni e le apparizioni televisive. Oggi molti si lamentano della mancanza di controllo e decoro di alcune trasmissioni televisive. Diciamo che se adesso la libertà è troppa, allora era davvero difficile per un artista esprimersi. Anche per questo la maggior parte dei cantautori di base evitava di esibirsi in TV e preferiva lo spazio di serate magari più intime in locali e bar. Il concerto era la dimensione preferita degli artisti. Giorgio Gaber inizia la sua carriera effettivamente come concertista, ma quando approda anche in TV e diviene anche conduttore è tutto molto diverso. Essendo un autore, si ritrova a dover cambiare i contenuti delle sue canzoni e ad adattare le sue parole alle impressioni della censura. Questo insieme con l’insofferenza di avere questo ruolo obbligato, fecero allontanare Gaber dalla televisione.

“Il tic” e la pernacchia che scandalizzò

Per comprendere fino a che punto fossero esagerate le ingerenze della censura, possiamo prendere come esempio la canzone Il tic. In questo brano chiaramente molto ironico, viene descritto goliardicamente un tic di un signore che racconta il suo dramma al medico. Questo aneddoto si conclude con una pernacchia. Fare una pernacchia in TV era qualcosa di impensabile all’epoca.

Gaber rifiuta la censura: il teatro canzone

Possiamo arrabbiarsi con la censura quanto vogliamo, ma senza di essa non avremmo avuto il genere rivoluzionario del Teatro Canzone. Gaber decide, infatti, di portare le proprie canzoni a teatro, che sicuramente rappresenta un ambiente più libero. I suoi vari album che comunque uscivano vennero spessi contestati. Gaber ha sempre fatto una spudorata critica alla società, priva di filtri e volta a demistificare le ipocrisie del periodo post-boom economico. Non basta più cantare la spensieratezza, adesso c’è bisogno di pensare. E allora ad esempio in Io se fossi Dio polemizza con la morale cattolica e ancora una volta la censura si scandalizza. Ma la musica, come sappiamo, non si ferma.

“Finora abbiamo scherzato
ma va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio
tira fuori tutto quello che gli sembra giusto”.

– Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.