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Giorgio Gaber, La storia di “Com’è bella la città”

Giorgio Gaber è uno dei più importanti cantautori della storia della musica italiana. Rappresentante della così detta “Scuola milanese”, ha ideato insieme con Sandro Luporini il Teatro Canzone, genere di ampio respiro che univa alla gestualità del teatro l’elaborazione compositiva del cantautorato. Nelle sue canzoni e quindi spettacoli Giorgio Gaber ha spesso criticato la società, analizzando i suoi aspetti più ipocriti ed incoerenti. Prima di dedicarsi al Teatro Canzone, Gaber era molto più legato alla televisione. Questo ambiente lo fece conoscere al grande pubblico come simpatico presentatore ed artista poliedrico ed ironico. Stanco della censura, Gaber preferì dedicarsi al teatro per avere maggiore libertà. Una delle canzoni che seguì durante il periodo televisivo permette di capire la grande ironia che lo caratterizzava. Ecco la storia di Com’è bella la città di Giorgio Gaber.

Com’è bella la città di Giorgio Gaber

Dagli anni 50 in poi in Italia aveva già preso piede l’inurbamento, per cui tutti preferivano vivere in città anziché in campagna. In una società sempre più consumistica, cresceva la convinzione che la vera vita o comunque un tenore di vita migliore appartenesse all’ambiente cittadino. Nella fattispecie, la canzone Com’è bella la città di Giorgio Gaber uscì nel 1969, quando già questo fenomeno era assolutamente diffusissimo. Gaber naturalmente era cresciuto e viveva a Milano, dove sempre di più si stabilivano persone alla ricerca di fortuna. Così, scrisse questo brano con una forte ironia, in cui sembra infatti voler spingere chi ascolta a vivere in città. In realtà, sta beffardamente prendendo in giro le classiche conversazioni dell’epoca in cui sempre si inneggiava ad una preferenza per l’ambiente cittadino. Musicalmente si vede l’influenza di Jacques Brel, cantautore francese maestro della chanson che fu la principale ispirazione per Giorgio Gaber.

Città VS campagna

La dicotomia tra città e campagna è un argomento che tanto a livello letterario quanto nella musica è molto trattato. Pensiamo a Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, che mette in evidenza come a causa della costruzione delle città la campagna stia lentamente sparendo. A tal proposito, scherzosamente Gaber rispose a questa canzone con “La risposta al ragazzo della via Gluck”, ironizzando sul fatto che invece un uomo perda la casa a causa di una legge per il piano verde. Città e campagna si scontrano spesso nei monologhi e nelle canzoni di Gaber, ma è chiaro che come sempre il cantautore non veda le cose o bianco o nero, ovvero non sia per una fazione o per un’altra. Certamente critica il consumismo e quindi l’urbanizzazione sfrenata, ma insiste sull’idea che certi provvedimenti vadano presi con cognizione di causa. Il taglio sarcastico e satirico delle sue opere è proprio quello che rende anche argomenti così seri fruibili a tutti.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.