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Michael Jackson, La storia assurda del presunto plagio ad Albano

Esiste un famoso monologo del comico Riccardo Rossi che ironizza su una delle vicende più strane della musica mondiale. Il comico descrive la situazione paradossale dell’accusa di plagio che Albano intentò contro Michael Jackson. “Michael Jackson che ne sa che Albano esiste?” afferma ironicamente Riccardo Rossi. Senza voler essere offensivi, bisogna ammettere che la visibilità sul panorama musicale mondiale dei due artisti non è decisamente paragonabile. Del resto, nessun artista è paragonabile alla fama che raggiunse Michael Jackson, re del pop e per antonomasia artista dei record. Eppure, c’è stato un momento in cui si è pensato che, pur potendo assolutamente permettersi di acquistare i diritti di qualsiasi canzone (come ha sempre fatto), il re del pop avesse invece sentito la necessità di copiare un artista nostrano. Ma cosa avvenne davvero?

Will you be there

Facciamo un passo indietro. Nel 1993 Michael Jackson presenta la sua canzone Will you be there, singolo dall’album Dangerous, in cui quindi era già stata pubblicata nel 1991. La canzone rientra nei lavori “umanitari” realizzati dal re del pop, ovvero quelle canzoni che contengono insegnamenti fondamentali per il viver civile, la società, l’ambiente, ecc. Spesso, insieme con Heal the world e Man in the mirror la vedevamo nei concerti con scenografie importanti che rimandavano al suo profondo significato.

Albano accusa Michael Jackson

Nel 1992 Albano fede causa al re del pop poiché riteneva che Will you be there fosse copiata da I cigni di Balaka, un suo brano non troppo famoso rispetto ad altri suoi lavori e pubblicato nel 1987. Michael Jackson fu subito disponibile a testimoniare in Italia e si recò a Roma per la causa. Inizialmente la perse, la giuria stabilì infatti che il plagio sussisteva (a determinarlo contribuì il Maestro Ennio Morricone). Tuttavia, in un secondo momento, provarono che entrambe le canzoni erano ispirate a una del 1939, priva di copyright, Bless You For Being An Angel degli Ink Spots. La band si era a sua volta ispirato ad una musica tradizionale dei Nativi Americani. Quindi, se prima si era stabilito che Jackson dovesse pagare quattro miliardi di lire (ma non un’altra ingente somma che l’artista italiano pretendeva come risarcimento danni), alla fine fu Albano a pagare le spese del processo, come è nella norma in questi casi.

Le continue accuse di Albano

Malgrado la sentenza favorevole al re del pop, i giornali italiani continuavano a riportare la notizia di una presunta sconfitta di Michael Jackson. Inoltre, Albano in diverse interviste ancora oggi e quindi dopo la morte del suo “nemico”, continua a parlare di plagio e nega di aver perso il processo. Ha anche comunque affermato di non aver mai pensato che il plagio fosse avvenuto da parte di Michael Jackson stesso, se mai da parte di un suo collaboratore. L’artista continua spesso, di fatto, a fare dichiarazioni lontane da quella che fu poi la sentenza definitiva. Ad esempio, in una intervista ha dichiarato scherzosamente di avere avuto come grande soddisfazione aver fatto pagare a Michael Jackson la suddetta multa. Tuttavia, il re del pop di fatto non l’ha mai pagata.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical. (Domande e proposte: silviargento97@gmail.com)