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Pink Floyd: la storia della copertina di Atom Heart Mother

Se è vero che l’abito non fa il monaco è altrettanto vero che la copertina di un album non fa le canzoni in esso contenute. Eppure portare sul mercato discografico un disco senza titolo, né nome del gruppo, con un soggetto completamente svincolato dal tema delle tracce potrebbe risultare un azzardo. E’ quello che deve aver pensato l’etichetta EMI quando i Pink Floyd hanno presentato l’idea per il loro quinto album in studio. Atom Heart Mother vede infatti la luce nel 1970 e si discosta nettamente dai lavori precedenti – sia per ricerca di sound che per concetti. Ma cosa compare sulla copertina del disco di Roger Waters e David Gilmour?

Prima di Atom Heart Mother

Il quinto album in studio dei Pink FloydAtom Heart Mother – esce nel 1970, dopo una serie di lavori che conferiscono alla band britannica l’etichetta di gruppo psichedelico. Il sound spaziale e onirico dei dischi – che si intercorrono dal 1967 al 1969 – è rispecchiato anche dalle copertine. L’album d’esordio dei Pink Floyd ad esempio – The Piper at the Gates of Dawn – uscito nel 1967, presenta uno scatto di Syd Barrett. La figura del primo cantante dei Pink Floyd si fraziona e divide emblematicamente, dietro lo specchio di una lente prismatica. Le immagini multiple e i vestiti variopinti di Barrett creano un effetto psichedelico e caleidoscopico.

Sia A Saurceful of Secrets – uscito nel 1968 – che More – pubblicato un anno dopo – vengono presentati al pubblico con copertine variopinte, oniriche, spaziali. I Pink Floyd fanno propria l’etichetta di band psichedelica e la rispecchiano anche sui loro album. La cover di Ummagumma – che all’apparenza rimane più fedele alla realtà – presenta in effetti un effetto di ricorsività di immagini. Una situazione nella quale un oggetto contiene al suo interno la copia di sé stesso – come in un sistema di scatole cinesi.

La copertina del quinto album

Nel 1970 i Pink Floyd pubblicano dunque Atom Heart Mother. Già con il lavoro precedente – Ummagumma – la band aveva cercato di allontanarsi dalle matrici psichedeliche e oniriche di Syd Barett, per imboccare il sentiero del rock progressivo. Con Atom Heart Mother questo tentativo è ancora più evidente. David Gilmour definirà gli anni dopo questo album come “un mucchio di rifiuti”. Viene da sé che Atom Heart Mother rappresenti un grande lavoro di sperimentazione per Roger Waters e compagni – un disco che nel tempo è diventato un classico degli anni ’70.

La copertina rispecchia in pieno il tentativo di abbandonare il mondo concettuale di Syd Barrett. I Pink Floyd presentano all’etichetta discografica il progetto di una mucca su un prato verde – senza titolo del disco né nome della band. L’effetto ricercato è qualcosa di naturale, semplice, con i piedi per terra. La mucca – chiamata Lulubelle III – viene immortalata dal fotografo Storm Thorgerson appena fuori Londra. L’animale svetta in copertina e non si riesce a capire di cosa si tratti. Tanto più che non esiste alcun collegamento tra la copertina e il contenuto del disco. Nonostante questo Atom Heart Mother ebbe una buona accoglienza tra critica e pubblico, conquistandosi un ottimo posto nella discografia dei Pink Floyd.

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Giulia Prosperini, classe 1993, laureata in Lingue e Letterature Straniere. Tante passioni, tra cui la musica e il rock 'n roll. Esperta del mondo Grunge, i Pearl Jam e i gruppi storici di Seattle. Scrittrice per vocazione e per hobby, specialista di recensioni e curiosità, capace di spaziare dalla cronaca all'aneddoto, dagli approfondimenti alle ultime news del mondo della musica.