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Spotify: come è cambiata l’industria musicale con l’avvento della piattaforma in streaming?

Viviamo in un epoca in cui, purtroppo o per fortuna, le piattaforme in streaming la fanno da padrone. Queste piattaforme ‘all can you ear’ -quindi dall’ascolto facile- hanno completamente rivoluzionato il modo di ascoltare la musica. Stiamo parlando, naturalmente, di Spotify, Dezeer, Apple Music e via dicendo. Grazie a questi nuovi e moderni servizi musicali è nata, inoltre, una nuova unità di misura per calcolare le vendite degli album: ‘album equivalent unit’. Con l’avvento di queste nuove piattaforme è nata la necessità di riformulare completamente i calcoli relativi agli album venduti e, oggi, si prendono in considerazione anche i download digitali e i singoli streaming.

L’avvento del digitale e delle piattaforme in streaming

Abbiamo assistito, negli ultimi anni, ad un cambiamento storico nell’industria della musica. Questo nuovo, singolare, metodo ha iniziato a prendere piede nel 2010, quando l’industria musicale ha collegato il drastico calo delle vendite delle copie fisiche all’avvento delle piattaforme in streaming. E, in conclusione, a partire dall’anno scorso (2019), praticamente quasi tutte le classifiche relative agli album venduti si basano sulle ‘unità equivalenti ad album’.

Spotify: come è cambiata l’industria musicale con la nascita della piattaforma in streaming

Questi nuovi metodi, neanche a dirlo, hanno favorito gli utenti, mettendo però in seria difficoltà gli artisti. Oggi, in particolar modo, vorremmo prendere in analisi Spotify -noto servizio musicale in streaming- cercando di capire quanto abbia influito sull’industria della musica. Lanciato nell’ottobre del 2008 dalla startup svedese Spotify AB, questo nuovo servizio in streaming ha permesso a tutti gli appassionati di musica di avere una visione a 360 gradi di quello che è il fantastico mondo della musica. Il servizio, fruibile praticamente in tutto il mondo e disponibile sia nella versione gratuita che a pagamento, è stato fondato da Daniel EK (ex CTO di Stardoll) e da Martin Lorentzon (cofondatore di TradeDoulber). L’azienda madre si trova oggi a Londra, mentre ricerca e sviluppo vengono gestiti ancora nella sede di Stoccolma.

Non sono mancate, però, critiche ed accuse nel corso degli anni, soprattutto dai cosiddetti ‘artisti indipendenti’. Alcuni di loro, infatti, hanno evidenziato un netto squilibrio tra le etichette ‘inidie’ e le ‘major’. Magnus Uggla -musicista svedese- ad esempio, voleva rimuovere la sua musica dal servizio in quanto nei primi sei mesi aveva guadagnato come ‘un mediocre artista di strada‘. Secondo alcuni dati riportati da David McCandless -artista indipendente- su Spotify occorrono oltre quattro milioni di ascolti al mese per guadagnare 1160 dollari. Nel 2019 il Dagblated -noto giornale norvegese- riportò il caso della casa discografica Racing Junior che, dopo che i loro artisti erano stati ascoltati oltre 55 mila volte su Spotify, aveva guadagnato appena 19 NOK (3 dollari).

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Simone Esposito: studente e amante della musica in tutte le sue sfumature. Articolista esperto e aspirante critico musicale. Appassionato di cinema, letteratura e arte (in tutte le sue forme). (es.simone@libero.it)