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Vitalogy, un album che ha quasi distrutto i Pearl Jam

Il 5 Aprile del 1994 segna inevitabilmente la fine di un’epoca che aveva visto la luce con quel famoso 15 Giugno del 1989, quando fu disponibile nei negozi “Bleach”, l’album d’esordio di una – ancora non famosa – band di Seattle. Impossibile escludere tale vicenda per contestualizzare ed analizzare il terzo album studio dei Pearl Jam “Vitalogy”, uscito il 6 Dicembre del 1994.

La causa contro Ticketmaster

È un periodo molto burrascoso per la band formatasi a Seattle nel 1990 che aveva visto alcuni dei suoi componenti impegnati prima nei Mother Love Bone e poi in seguito nei Temple of the Dog.

Nel 1994 i Pearl Jam entrano in causa contro l’azienda di distribuzione di biglietti Ticketmaster, dopo aver scoperto dei proventi in nero che ricavava sul prezzo di vendita dei ticket. Per protesta annullano le tappe estive del tour di Vs. (secondo album studio successivo a Ten del 1991) ed attuano in boicottaggio della compagnia anche dopo l’archiviazione del loro caso da parte del Dipartimento di Giustizia, rifiutando di esibirsi nei concerti che prevedevano rapporti con la stessa.

La storia dell’album

Nel frattempo all’interno della band originaria di Seattle, vengono a delinearsi molteplici tensioni frutto del successo avuto con i primi due album ma non solo.

Primo fra tutti il malcontento del frontman Eddie Vedder, il quale assisteva suo malgrado alla commercializzazione del grunge sia come musica sia come stile di vita, tanto che nella soap opera televisiva General Hospital fu introdotto un personaggio che inequivocabilmente richiamava il cantante dei Pearl Jam, interpretato tra l’altro dalla futura pop star Ricky Martin.

Vedder inoltre, aveva smesso di parlarsi con il suo batterista Dave Abruzzese, il quale invece lontano da tali pensieri, pensava esclusivamente a godersi fama e successo. All’interno del gruppo c’era anche chi abusava di alcol e droga. Mike McCready il chitarrista, ricorda infatti “Ero ubriaco e mi rendevo ridicolo”, non sapeva come relazionarsi con gli altri compagni e soprattutto non c’era più comunicazione tra lui e Eddie Vedder. Spinto da tali contrasti e problematiche, Vedder decide arbitrariamente di prendere in mano lui solo le redini del gruppo.

Inizia oltre a scrivere i testi, anche a suonare la chitarra. Così nel gruppo ci sono tre chitarristi: tre chitarristi che non si parlano, che non comunicano in una band che affronta anche altri problemi. “Dare spazio a tutti non era facile” ricorda il produttore Brendan O’Brien, soprattutto alla luce delle considerazioni e della linea da seguire secondo Vedder per quanto riguardava la direzione artistica del gruppo: “[…] stavo diventando il membro più riconoscibile del gruppo e sentivo il bisogno di essere maggiormente rappresentato musicalmente…”.

 Ovviamente, come è facile dedurre, gli altri componenti della band non la presero bene. Non si creavano più i pezzi collaborando. Il chitarrista Stone Gossard ricorda in merito a questo, che consegnò a Vedder una cassetta in cui aveva inciso una canzone. Il cantante dopo averla ascoltata si presentò l’indomani dicendogli “Ascolta e dimmi se ti piace”, Gossard ascoltandola si accorse amaramente che il brano era stato stravolto, in quanto il tempo originale era stato accelerato di molto. Ma era ormai l’ottica del cantante, il suo approccio all’interno della band “[…]. Dovevo farlo anche se significava scrivere da solo le canzoni”.

Eddie Vedder e il nuovo sound

Arrivato ad avere sensi di colpa a causa del successo che aveva investito il gruppo, Eddie Vedder, cerca di allontanare lui e la band dalla luce dei riflettori. Lo fa proiettando il sound dei Pearl Jam verso sonorità di meno facile ascolto, più dure e aspre. Adotta un atteggiamento riservato e a tratti ostile, rifiutandosi di girare video e concedere interviste.

Ne deriva che “Vitalogy” rappresenta forse più un album di Eddie Vedder che dei Pearl Jam. Si espone moltissimo, come già detto cura lui la direzione artistica e si elegge ad unico portavoce del gruppo, mettendo a nudo tutto il suo mondo comprese le sue fragilità. È sua anche la scelta dell’artwork dell’album: trova in un mercatino un vecchio libro intitolato appunto “Vitalogy”, una sorta di compendio di consigli per affrontare la vita in modo sano, lontano da falsi miti e credenze popolari.

Il successo di Vitalogy

Alla luce di questo è veramente sorprendente che la band non ne sia uscita sconfitta e sia rimasta unita, dando invece prova di avere molta determinazione.

L’album dapprima non convinse: “Al primo ascolto restai abbastanza deluso” ha detto Gossard, invece “[…] pensavo fosse discontinuo” furono le parole di McCready, ma guardando indietro si resero conto di aver fatto un lavoro eccentrico sì, ma con una nuova visione che forse ha aiutato la band ad esorcizzare le tensioni e superare i contrasti.

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Studente e amante del rock 'n' roll in tutte le sue definizioni. Esperto articolista specializzato in diverse testate di attualità e news. Abile nello spaziare - nell'ambito del rock - tra notizie di attualità, curiosità e aneddoti (riguardanti band, artisti, album o singole canzoni) fino a classifiche di vario genere.