gtag('config', 'UA-102787715-1');

Le canzoni Rock più odiate al mondo

Per quanto la musica possa generare, di per sé, emozioni contrastanti; determinati generi, nel corso degli anni, hanno dimostrato di poter raccogliere sotto la propria ala, non poca disapprovazione. Sembrerebbe che il Rock e le correnti da esso derivate, non abbiano potuto esimersi da simili processi. Odiare un brano, un disco o, talvolta, l’intera opera di un’artista appare difficile agli occhi degli appassionati più irriducibili; eppure, ognuno di noi, prima o poi, si è ritrovato nella condizione di dover manifestare il proprio disappunto nei confronti di determinati lavori.

I motivi che ci portano a decretare “odiosa” una canzone possono essere molteplici. Che sia per le tematiche trattate, per la banalità del video o per la stucchevolezza delle strumentali. Capita spesso che l’assuefazione possa far perdere la resa di un brano, rendendolo addirittura sgradevole; come può essere il caso di alcuni classici intramontabili, pietre miliari del Rock, relegate a questo triste destino, venendone, addirittura, vietata la riproduzione in alcuni negozi di strumenti musicali oltreoceano. In questa classifica, abbiamo raccolto alcune delle canzoni Rock più odiate, nel tentativo di rimanere il più possibile oggettivi, esponendo lavori dalla caratura relativamente bassa.

David Lee Roth – Just Like Paradise (1988)

Sebbene vanti una collaborazione di assoluto prestigio con il mitico Steve Vai alla chitarra, Just Like Paradise rappresenta l’emblema stucchevole della cultura mainstream Rock degli anni ’80. Il brano, estratto dall’album solista dell’ex Van Halen David Lee Roth, Skyscraper, è stato definito dalla critica come un’ode alla decadenza musicale. Mentre Roth rimpiange i suoi trascorsi con la band simbolo di quel decennio, i suoi acuti si scagliano esasperati su una strumentale apparentemente surrogata.

Three Doors Down – Loser (2000)

Quasi 30 milioni di visualizzazioni su Youtube per un brano che raccoglie alla perfezione tutti gli stereotipi immaginabili per quanto riguarda testi e musica. Una strumentale definitivamente confezionata, da classica ballata di inizio millennio. Un Alternative Rock consumista e decisamente monotono, incapace di entusiasmare l’ascoltatore. Testi di matrice conservatrice che posano un occhio critico e deplorevole sulla condizione disagiata degli adolescenti americani vittime dell’abuso di sostanze stupefacenti. Con un videoclip forse eccessivamente al passo con le mode dell’epoca, Loser dei Three Doors Down rappresenta una pagina di cui la storia della musica avrebbe fatto, decisamente, a meno.

Collective Soul – Shine (1993)

Sebbene il brano si collochi nel pieno della rivoluzione Grunge di cui gli anni ’90 si caratterizzarono; sembra inspiegabile il motivo per il quale la band abbia scelto di ripiegare su una qualità audio così scarsa. La distorsione, di per sé eccessiva, si impasta grossolanamente con le lyrics scontate, accompagnate da un’interpretazione assolutamente priva di enfasi, rendendo Shine, non solo confusionaria, ma sicuramente noiosa e, a tratti, fortemente sgradevole.

Van Halen – Me Wise Magic (1996)

Nel 1996, i Van Halen rilasciarono il loro Best Of. David Lee Roth si ricongiunse, finalmente, con la band per registrare nuovo materiale. Il risultato finale, però, non fu dei migliori. Me Wise Magic appare come il nostalgico, quanto disperato, tentativo di ritornare nella propria comfort zone di appartenenza, gli anni ’80 erano finiti da un pezzo, anche le correnti dominanti negli anni ’90 sembravano svoltare verso nuovi orizzonti; eppure, i Van Halen, non curanti, scelsero di sferzare liriche fortemente stereotipate con chitarre eccessivamente squillanti e, sostanzialmente, onnipresenti.

 Puddle Of Mudd – She Hates Me (2001)

A quasi vent’anni dalla sua pubblicazione, She Hates Me risulta ancor più stucchevole, noiosa ed interminabile. La voce di Wes Scantlin, sforzata nel tentativo quasi disperato di imitare le glorie e i tormenti dei Nirvana e di Kurt Cobain, ovviamente, con scarsissimi risultati; si spalma ributtante su una strumentale monotona, priva di carisma e spontaneità, basata su rudimenti basilari e, mai come in questo caso, stomachevolmente banale.

Starship – We Built This City (1985)

Un brano futile e demenziale che priva del lustro e della brillantezza un genere come il Rock, capace di manifestazioni di eclettismo tecnico ed emozionale memorabili. Testo, strumentale e video rimarcano quanto, la scena musicale degli anni ’80 abbia delineato paragrafi neri nella storia del Rock. La base si caratterizza per il suo uso smodato di sintetizzatori e strumenti elettronici decisamente rudimentali, mentre la voce del cantante, viene estremamente edulcorata dal riverbero.

 

 

 

 

Share

Claudio Pezzella, studente in culture digitali e della comunicazione. Appassionato dell'arte in tutte le sue sfumature,alla costante scoperta di nuove frontiere culturali. Chitarrista e compositore polistrumentista impegnato in progetti progressive metal. (Email:claudio190901@gmail.com)