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Le 5 canzoni più tristi di Giorgio Gaber

Giorgio Gaber ha un repertorio particolare e molto vario. Nessun cantautore ha costruito una discografia così complessa e ibrida. Tra teatro, comicità e cantautorato, nelle raccolte e album di Giorgio Gaber si ritrovano le fragilità dell’uomo, le contraddizioni della società, la difficoltà ma anche la meraviglia di stare al mondo. Per questo, sicuramente i testi sono fondamentali. Troviamo canzoni e monologhi satirici che divertono molto e ci fanno ridere ma anche riflettere. Tuttavia, in questa varietà di temi e di interpretazioni è possibile trovare anche brani molto malinconici. Abbiamo selezionato i cinque più tristi.

L’amico

Per essere precisi questa canzone non è di Gaber, bensì di Jacques Brel. Il cantautore francese fu una grande ispirazione per Gaber, che spesso ne tradusse diverse canzoni. In particolare, questa è una delle più tristi in quanto racconta la storia di un uomo che sta per morire e viene consolato da un amico in modo tenero e delicato.

Verso il terzo millennio

E tu mi vieni a dire
Che tutto è osceno
Che non c’è più nessuno
Che sceglie il suo destino
Non ci rendiamo conto
Che siamo tutti in preda
Di un grande smarrimento
Di una follia suicida.

In questo testo Gaber con Sandro Luporini (suo grande amico e collaboratore, insieme con lui padre del Teatro Canzone) mostra una visione apparentemente pessimistica del futuro. Si elencano una serie di impressioni di un’altra persona, con grande tristezza e rammarico per la società e per la fragilità umana. Alla fine, però, la canzone si conclude con un messaggio di speranza, quando afferma Ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade fa parte della vita.

Il tutto è falso

Nella discografia di Giorgio Gaber sono presenti in gran parte brani di critica sociale. Questo è uno di essi, in quanto sostanzialmente ha come tema l’ipocrisia della società, la decadenza del mondo e la crisi dell’uomo che non sa cosa fare e come porsi verso ciò che lo circonda. Problemi, ingiustizie, guerra, morte e falsità. Un quadro apocalittico che purtroppo è estremamente reale.

I mostri che abbiamo dentro

Già dal titolo questo brano rivela la sua natura indagatrice dell’io e introspettiva. Infatti, viene messa a nudo ancora di più la complessità dell’uomo. Ognuno di noi ha dentro un mostro, il male, che ci porta alla guerra, che distrugge ciò che ci circonda. In molti suoi brani Gaber ci invita ad essere responsabili, poiché insieme come società possiamo cambiare le cose. Questa speranza in una canzone come questa non esiste.

Canzone della non appartenenza

Esiste anche un altro brano con un titolo simile, ovvero la Canzone dell’appartenenza. Questo termine è molto presente nella discografia di Gaber e qui la sua assenza si manifesta nelle sue conseguenze emotive. Infatti, la solitudine e l’assenza di appartenenza tormentano il narratore, il Signor G come si dice nel Teatro Canzone, che non riesce ad appartenere ad un mondo che sembra più sempre un disastro.

La mia anima è vuota 
e non è abitata
se non da me stesso

Non so bene da quando 
l’amore per il mondo
mi sembra un paradosso.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.