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Giorgio Gaber, Quando il cantautore fece scandalo con “Io se fossi Dio”

Partito come un conduttore e cantante più spensierato, Giorgio Gaber ha subito nel corso della sua carriera una grande evoluzione. Passò da narratore del boom economico ad aspro demistificatore della società. La rivoluzione parte dal Teatro Canzone, elaborato insieme con Sandro Luporini. Da quel momento Gaber iniziò a criticare e denunciare l’ipocrisia della società e della politica, la sua satira ha conquistato pubblico e critica. Tutto ciò, diciamolo, con grande simpatia ma anche senza peli sulla lingua. Spesso la censura è stata severa con i brani di Gaber, motivo per cui si trovava meglio nell’ambito teatrale che in quello televisivo. Una delle canzoni del Teatro Canzone più esplicite è Io se fossi Dio, che fece davvero scalpore.

La casa discografica rifiuta Io se fossi Dio

Io se fossi Dio viene pubblicata nel 1980, ma già la sua uscita fu molto travagliata. Infatti, doveva far parte del disco Pressione bassa, ma la casa discografica di Gaber, la Carosello, non volle assumersi questo rischio. Il contenuto del brano rischiava di pregiudicare l’uscita dell’intero disco, così il singolo di Gaber venne pubblicato da una piccola etichetta discografica, la F1 Team. La ragione per cui venne rifiutata era sostanzialmente il testo, che coincide con una feroce invettiva contro la società e la politica. Prende ispirazione dal sonetto di Cecco Angiolieri S’i’ fosse foco, ma invece del fuoco vi è riferimento a Dio.

Io se fossi Dio 
e io potrei anche esserlo 
sennò non vedo chi 
  
Io se fossi Dio non mi farei 
fregare dai modi furbetti della gente 
non sarei mica un dilettante sarei sempre presente 
sarei davvero in ogni luogo a spiare 
o meglio ancora a criticare 
appunto cosa fa la gente.

Il feroce e sarcastico j’accuse di Gaber

Giorgio Gaber in questa canzone si scaglia innanzitutto contro il “piccolo borghese” e lo insulta aspramente. Rimpiange i tempi antichi, parla di “furore” in riferimento al passato. Impersonato Dio, poi, si riferisce a suo figlio Gesù e afferma che avrebbe dovuto spiegare meglio la carità e la comprensione, visto che l’uomo non sembra aver capito bene. In seguito si scaglia soprattutto contro la classe politica. Riguardo a ciò, fece molto scalpore il riferimento ad Aldo Moro. Infatti il cantautore milanese spiega come solo dopo l’attentato terroristico i giornalisti siano diventati buoni con lui, ma Moro non era un politico da ammirare, perché è responsabile insieme alla Democrazia Cristiana dello sfacelo italiano. Fa notare come per i giornalisti chiunque muoia diventi una bravissima persona e quindi critica anche loro, per quanto sia importante la carta stampata, spesso provoca diversi danni. Passa poi ad accusare e demolire di fatto tutta la classe politica, dai radicali ai socialisti. In Live Gaber allungava di molto la canzone, aggiungendo anche ulteriori critiche. Un quadro della società amareggiato e molto violento, che riecheggia ancora una certa attualità. La conclusione del brano è emblematica di tutta la discografia di Gaber: vi è il riferimento al ritirarsi in campagna, lontano da tutto, perché purtroppo non sembra esserci rimedio allo sfacelo della società italiana.

Ma in fondo tutto questo è stupido perché logicamente 
io se fossi Dio la terra la vedrei piuttosto da lontano 
e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano 
io se fossi Dio non mi interesserei di odio o di vendetta 
e neanche di perdono 
perché la lontananza è l’unica vendetta 
è l’unico perdono 
  
E allora va a finire che se fossi Dio 
io mi ritirerei in campagna come ho fatto io. 

 

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna. Siciliana doc, scrittrice, ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.