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Giorgio Gaber, La storia di “La paura”

Giorgio Gaber è stato un cantautore unico e particolare, poiché ha saputo unire la musica ed il teatro. Ciò si disgrega nell’originale genere del Teatro Canzone, elaborato dal cantautore milanese insieme con il grande amico e collaboratore Sandro Luporini, autore insieme a lui dei testi. Per questa caratteristica ibrida della musica di Gaber, il cui habitat naturale era proprio il Teatro, nella sua discografia esistono diversi brani in prosa. Venivano, naturalmente, recitati durante i suoi spettacoli teatrali, in cui si alternavano quindi canzoni brillantemente interpretate e monologhi recitati taglienti e ironici. La paura nella produzione di Giorgio Gaber è uno dei monologhi più amati.

Polli d’allevamento

Nel 1978 uscì Polli d’allevamento. Come accade per quasi tutti gli album considerati del “Teatro Canzone”, è la registrazione integrale di uno spettacolo proposto da Gaber nella stagione teatrale 1978/1979, in particolar modo uno spettacolo del 1978 a Bologna. I brani sono come sempre composti da Giorgio Gaber e Sandro Luporini, mentre gli arrangiamenti addirittura da Franco Battiato insieme a Giusto Pio. Questo album già dal titolo rivela la sua natura decisamente provocatoria: Gaber critica aspramente la società ed in particolar modo i giovani, che non riescono a ribellarsi a nulla ed anzi nei loro tentativi mosci di ribellione sono come “polli d’allevamento”. L’analogia è piuttosto chiara e severa. La vis di Gaber in tale contesto generò non poche polemiche. Come detto, oltre a canzoni mirabilmente arrangiate peraltro, vi sono anche brani in prosa. Tra questi Il suicidio, famoso poiché elenca i modi in cui si toglierebbero la vita una serie di personaggi famosi e politici.

Giorgio Gaber analizza la paura

La paura è un altro monologo di Giorgio Gaber presente nell’album ed ha, come peculiare caratteristica, la struttura di un aneddoto, di un racconto. Gaber racconta di camminare per le strade di una città, evidentemente la sua Milano, ad un’ora tarda e di vedere un uomo che tiene in mano qualcosa. Tutti ci rendiamo conto di quale contesto vuole esporre: un momento di forte paura, causata dalla diffidenza che abbiamo verso l’altra persona. Infatti, spiega che comincia a correre, spaventato dall’idea che possa avere in mano chissà cosa e quando quell’uomo passa, beffardamente racconta di aver cominciato a contare, in attesa del peggio. Poi la sorpresa finale: l’uomo ha in mano un mazzo di fiori e, dolcemente, gli sorride e va via. Con questo breve racconto, in cui in incipit viene descritta la Luna, Gaber mostra come la società sia diventata diffidente e malpensante, come l’uomo non sia più lo stesso e abbia paura dei suoi simili. Mirabile è l’intensa conclusione:

Ho avuto paura di un’ombra nella notte, ho pensato di tutto, l’unica cosa che non ho pensato è che poteva essere semplicemente, una persona.
La luna, continua a essere immobile e bianca, come ai tempi in cui, c’era ancora l’uomo.

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