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Giorgio Gaber, I più belli brani di prosa del cantautore

Sappiamo tutti che Giorgio Gaber non fu un cantante “classico”, chitarra e microfono. Anzi questa definizione gli è sempre andata quasi stretta. Iniziò la sua carriera come conduttore e cantante “spensierato”, allegro narratore del boom economico. Poi la televisione inizia a diventare inabitabile: la censura, che interviene perfino per una semplice pernacchia, l’ambiente in generale. È addirittura Mina a fornire al cantautore milanese una via d’uscita: il teatro. Così, il teatro diventa la casa di Giorgio Gaber. Con il Teatro Canzone, un genere che Gaber crea con Sandro Luporini, nasce anche un nuovo modo di fare musica. Per questo nel repertorio di Gaber troviamo non solo canzoni, ma anche monologhi. Oggi vi elenchiamo i cinque migliori brani in prosa della sua discografia, tutta da scoprire.

La paura

Questo testo è fortemente attuale nella sua verità. Come sempre si tratta di un brano molto divertente, che però all’ironia unisce un significato davvero profondo. Riflette sul timore che ognuno di noi prova dell’altro, ormai nella società non ci fidiamo più di nessuno. Una umanità sparita, quella che narra Gaber in questo monologo.

E camminando di notte, nel centro di Milano, semideserto e buio e vedendomi venire incontro, l’incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella regione epigastricoduodenale che a buon diritto chiamai, paura o vigliaccheria emotiva.

Sono i momenti in cui amo la polizia. E lei lo sa, e si fa desiderare. Si sente solo il rumore dei miei passi, avrei dovuto mettere le Clark.

Il suicidio

A dispetto dal titolo davvero malinconico, questo testo non nasconde tristezza, ma un grandissimo messaggio di speranza. Di fatto è costituito come una parodia delle fragilità umane. Nel corso del monologo Giorgio Gaber fa un elenco di politici e uomini in vista e del modo in cui potrebbero farla finita. Emblematica la frase su Andreotti che “non s’ammazza mica, bisognerà suicidarlo“. E alla fine, la conclusione secondo la quale il termine della vita non deve essere per forza la morte, ma un nuovo inizio.

Qualcuno era comunista

Come i maggiori ammiratori di Gaber sanno, la sua canzone è sempre stata legata alla politica senza però di fatto schierarsi. Emerge una grande simpatia per la Sinistra spesso, ma anche una grande delusione. Questa delusione si vede tutta in questo monologo, dove il comunismo non viene dipinto come idilliaca soluzione a tutto concepita acriticamente. Infatti, si mostra come una grande illusione e poi delusione.

Qualcuno era comunista perché prima, prima prima, era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Dialogo I

La canzone Un’idea veniva sempre introdotta (sia nel CD sia nei concerti) da questo dialogo fittizio che Gaber ha con se stesso. Sostanzialmente questo testo mostra il contrasto tra un “impegnato” ed un “non so” (infatti l’album da cui è tratto si chiama Dialogo tra un impegnato e un non so) che si accusano e prendono in giro a vicenda. Il risultato è la teoria di cosa sia un’idea e di cosa comporti nella società. Idealmente pensiamo di poter realizzare qualsiasi cosa, ma pensare è facilissimo, mentre realizzare è un’altra cosa.

Io mi chiamo G

Questo è uno dei monologhi più famosi del repertorio di Gaber. Anche se parlare di ‘monologo’ è un po’ improprio, in quanto anche in questo caso il cantautore finge un dialogo con se stesso. Il testo si basa anche in questo caso su una contrapposizione tra due persone, uno povero e senza cultura e l’altro ricco e di buona famiglia. Con forte ironia si introduce il personaggio del ‘Signor G‘, simbolo della fragilità dell’uomo, inerme e inetto di fronte alla società.

Io mi chiamo G
Io mi chiamo G

No non hai capito sono io che mi chiamo G
No sei tu che non hai capito mi chiamo G anch’io

Ah. Il mio papà è molto importante
Il mio papà no

Il mio papà è forte sano e intelligente
Il mio papà è debole malaticcio e un po’ scemo

La mia mamma è molto bella assomiglia a Brigitte Bardot
La mia mamma è brutta bruttissima la mia mamma assomiglia, la mia mamma non assomiglia

Il mio papà ha tre lauree e parla perfettamente cinque lingue
Il mio papà ha fatto la terza elementare e parla in dialetto, ma poco perché tartaglia

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.