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Giorgio Gaber, Le 5 migliori canzoni di critica sociale

Giorgio Gaber è stato un cantautore che ha saputo nelle sue canzoni mostrare e demistificare difetti e artifici della società. Iniziò la sua carriera come spensierato cantore del boom economico, per poi accorgersi che quel ruolo gli stava stretto. I motivi sono tanti. Innanzitutto l’ingerenza della censura, che perfino per una semplice ed esilarante pernacchia interferiva con le sue performances. In secondo luogo, Gaber si era accorto che qualcosa nella società stava cambiando, il boom era finito e c’era solo tanto vuoto di valori. Era stato un comunista convinto prima di diventare anarchico e vedeva in quella ideologia un’ancora di salvezza, che alla fine, purtroppo, aveva fallito. Nelle sue canzoni vediamo una feroce satira politica ed una profonda critica sociale. Vediamo le cinque migliori in cui questa è presente.

Destra-Sinistra

Sicuramente questa è una delle più conosciute del cantautore milanese. Sandro Luporini, che scriveva le canzoni insieme con Giorgio Gaber, ha spiegato che il testo è nato, come molti altri, semplicemente da una loro conversazione. I due si misero ad elencare tutti gli stereotipi e i luoghi comuni inerenti tanto alla destra quanto alla sinistra. La conclusione è sostanzialmente che si presta attenzione di questi tempi ad aspetti marginali, ma non alla vera ideologia.

Si può

Questa canzone elenca sostanzialmente tutte le nostre libertà nell’epoca contemporanea. Gaber probabilmente si riferisce al fatto che non facciamo che dire quanto siamo più liberi rispetto a prima, visto che sembra che abbiamo tutte le libertà possibili e invece non ne abbiamo nessuna. Emblematico l’ossimorolibertà obbligatoria” nel testo.

Libertà libertà libertà libertà obbligatoria
Ma come? Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di pensare? Utopia! 

Il conformista

Il brano è famoso anche nella cover che ne fece Adriano Celentano. Si tratta di una critica feroce al conformismo, ovvero a quella tendenza a fare e pensare esattamente come gli altri per comodità. Gaber elenca una serie di fazioni politiche o correnti di pensieri a cui il suo protagonista continua ad appartenere, cambiando sempre bandiera a seconda di cosa più gli conviene. Una società che non ha un proprio pensiero, ancora una volta.

E pensare che c’era il pensiero

Una delle critiche più feroci che Giorgio Gaber muoveva verso la società era sostanzialmente quella della mancanza di qualità, a dispetto di una quantità. Tutti parlano, ma non dicono niente di valido. Sostanzialmente la crisi del pensiero della nostra epoca viene messa a nudo da questa canzone, che è anche title-track di un album fondamentale nella carriera del signor G.

Il secolo che sta morendo
è un secolo piuttosto avaro
nel senso della produzione di pensiero.
Dovunque c’è, un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate
affermazioni che ci fanno bene e siam contenti
un mare di parole
un mare di parole
ma parlan più che altro i deficienti.

La razza in estinzione

Ultima ma non per importanza, questa canzone è considerata quasi il suo testamento. Nell’ultimo periodo della sua vita, Gaber da uomo anziano e vissuto era abbastanza amareggiato dalla mancanza di valori, per svariati motivi. Qui pone in relazione la sua generazione con le future, mostrando come di fatto la sua generazione abbia perso. Infatti, se ai suoi tempi si lottava per qualcosa, adesso si è rassegnati e privi di voglia di fare. Mette in evidenza la mancanza di cultura, l’ingerenza della Chiesa, l’inutilità della politica. Un brano intenso e dal testo sprezzante, quanto straordinariamente veritiero.

 

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.