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Il significato dietro cinque testi di Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè è stato, senza alcun dubbio, una delle entità più importanti nella storia della musica italiana. Il suo contributo è andato ben oltre la semplice esibizione su un palco o all’interno di uno studio di registrazione; il grandissimo apporto che il cantautore genovese ha dato alla musica italiana è stato anche e soprattutto culturale, ideologico, sociale. La sua scelta di vita, che si è riflessa nella sua storia della musica, è stata incredibilmente innovativa per il contesto italiano di riferimento: vogliamo ricordare una delle entità più importanti della musica italiana parlando del significato dietro cinque testi di Fabrizio De Andrè.

Ottocento

La musicalità espressa all’interno dell’album Le Nuvole è un qualcosa di incredibilmente innovativo per l’epoca di riferimento, a dimostrazione di quanto De Andrè – e i musicisti con cui ha collaborato, in questo caso Pagani – abbia contribuiti alla creazione di prodotti perfetti nel loro genere.

Ottocento rappresenta un vero e proprio gioiello, sotto diversi punti di vista: innanzitutto per la musicalità del brano, che si accompagna ai diversi livelli del testo stesso. Dalla parodistica tirolese alla ripresa di versi celebri di Iacopone Da Todi (“Figlio figlio/povero figlio/eri bello bianco e vermiglio…”), passando per l’utilizzo dello jodel tirolese,  contestualizzato dallo stesso De Andrè: «È un modo di cantare falsamente colto, un fare il verso al canto lirico, suggeritomi dalla valenza enfatica di un personaggio che più che un uomo è un aspirapolvere: aspira e succhia sentimenti, affetti, organi vitali ed oggetti di fronte ai quali dimostra un univoco atteggiamento mentale: la possibilità di venderli e di comprarli. La voce semi-impostata mi è sembrata idonea a caratterizzare l’immaginario falso-romantico di un mostro incolto e arricchito.»

Il significato del brano, che si è arricchito anche del “falso tedesco” presente al termine della canzone, è volutamente anacronistico: in un’epoca come quella degli anni ’90, De Andrè si rifà a quel capitalismo sfrenato e simil-borghese che tanto veniva accentuato in qualsiasi contesto sociale. Da sottolineare, a tal proposito, la scelta del genovese di esibire il brano per la prima volta vestendo in completo elegante.

Jamin-A

Parte di Crêuza de mä, undicesimo album in studio realizzato da Fabrizio De Andrè completamente in genovese, Jamin-A è sicuramente un brano tutt’altro che criptico, e dal significato che si legge chiaramente, pur nel dialetto della canzone stessa.

Nel chiarire il significato del brano, lo stesso De Andrè ha dichiarato: “Jamín-a non è un sogno, ma piuttosto la speranza di una tregua. Una tregua di fronte a un possibile mare forza otto, o addirittura ad un naufragio. Voglio dire che Jamín-a è un’ipotesi di avventura positiva che in un angolo della fantasia del navigante trova sempre e comunque spazio e rifugio. Jamín-a è la compagna di un viaggio erotico, che ogni marinaio spera o meglio pretende di incontrare in ogni posto, dopo le pericolose bordate subite per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto” 

Zirichiltagghia

Dal dialetto genovese a quello di Gallura, Zirichiltagghia è un altro chiaro esempio di canzone sappia ben radicarsi nel contesto popolare di riferimento, in questo caso quello della Sardegna. Il brano, performato anche con la PFM attraverso un bellissimo riarrangiamento, è stata composta con Mario Battaini (fisarmonica) e Riccardo Pellegrino (violino).

Il contesto è abbastanza chiaro: quello della lite tra fratelli, che dibattono per l’eredità del padre di cui ha giovato soltanto uno dei due. Il brano finisce con una promessa piuttosto emblematica: «e pa lu stantu ponimi la faccia in culu»

Khorakhanè

Per capire il significato di questo splendido brano di Fabrizio De Andrè bisogna conoscere chi siano, effettivamente, gli Amanti del Corano (Khorakhanè). Si tratta di una tribù rom musulmana di origine serbo-montenegrina; il brano presenta dei versi in “romanes”, lingua utilizzata da rom e gitani, che sono cantati da Dori Ghezzi in Anime Salve e da Luvi De Andrè in molte esibizioni dal vivo.

Non esistono parole migliori di quelle di Sergio Franzese per chiarire il significato del brano: “Accomunati agli Ebrei da uno stesso destino di morte furono almeno mezzo milione gli Zingari che persero la vita nei campi di sterminio nazisti. Ma è come se il vento ne avesse disperso la memoria. Eppure le sofferenze patite dai Rom e dai Sinti sono state terribili. Essi furono perseguitati, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori.” 

Il testamento di Tito

Chiudiamo questa nostra lista relativa al significato dei testi di Fabrizio De Andrè con Il testamento di Tito, brano presente all’interno dell’anacronistico album La buona Novella. All’interno del testo è Tito, uno dei due ladroni che muoiono al fianco di Cristo, a dare una sua personale reinterpretazione di tutti e dieci i comandamenti cristiani, affrontati – e ideologicamente distrutti – dal pensiero del ladrone.

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Studente e amante del rock 'n' roll in tutte le sue definizioni. Esperto articolista specializzato in diverse testate di attualità e news. Abile nello spaziare - nell'ambito del rock - tra notizie di attualità, curiosità e aneddoti (riguardanti band, artisti, album o singole canzoni) fino a classifiche di vario genere.