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Jeff Buckley, Il culto dietro al cantautore poeta maledetto

Il 17 Novembre 1966 è nato un cantautore che in una carriera brevissima avrebbe conquistato tutti. Jeff Buckley, in vita riuscì ad incidere solamente un album, che è però rimasto impresso nella mente di tutti. La breve parentesi della sua vita fisica e musicale non ha impedito che venisse amato ed acclamato. Anzi, sfortunatamente questa morte rematura ha, come spesso accade per gli artisti, contribuito ad accrescerne la fama. Attorno a Jeff Buckley c’è un vero e proprio culto che lo ha reso un poeta maledetto al pari di artisti con una carriera anche più longeva. Come sappiamo, morì per annegamento a soli trent’anni, curiosamente mentre canticchiava Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Un cantautore che perde la vita mentre canta un classico del rock, tragico eppure così maledettamente poetico.

Quell’unico album iconico ed il rapporto con il padre

L’unico album che Jeff Buckley incise fu Grace, pubblicato il 23 agosto 1994. Oltre a tre cover, conteneva brani composti anche proprio da Buckley e si distinse subito per una grande originalità. Infatti, Buckley non seguirà le nuove sperimentazioni del momento, ad esempio il grunge, ma puntò tutto sulla propria capacità vocale e su uno stile più semplice, ma proprio per questo innovativo. Grace ancora oggi stupisce per l’immensa carica emotiva che lo caratterizza, per la grandiosità della sua costruzione che, come sappiamo, fu frutto di un durissimo e lungo lavoro. Oltre alle canzoni che si riferiscono all’esperienza sentimentale di Buckley, è presente la canzone Dream Brother, che sembra una risposta alla Dream Letter scritta dal padre Tim Buckley, in quanto il testo dissuade un amico dall’abbandonare la fidanzata incinta. Infatti, proprio Jeff venne abbandonato dal padre che aveva appena diciott’anni quando scelse la musica anziché quella responsabilità. Da quel momento si incontrarono solamente prima della prematura scomparsa di Tim, che come farà il figlio morirà molto giovane. Il padre ha spesso parlato della scelta di abbandonare Jeff nelle sue canzoni, quindi curiosamente padre e figlio hanno dialogato in musica, a distanza.

Le meravigliose cover di Jeff Buckley

Una vita drammatica, quindi, che si è fermata troppo presto, ma di cui rimangono immutati il talento e la musica ad eternare l’artista. A Jeff Buckley va il merito di aver saputo interpretare con intensità brani di altri artisti, conferendo ad essi una personalità tutta sua. La sua immensa bravura ha fatto sì che spesso fosse proprio la sua versione la più ascoltata rispetto all’originale o che comunque la raggiungesse come fama o successo. Pensiamo ad Hallelujah di Leonard Cohen, su cui tutto convengono nell’affermare che sia una delle migliori cover (e ce ne sono state davvero tante). Sicuramente è la canzone più apprezzata interpretata da Buckley. Anche la sua I know it’s over, versione della canzone degli Smiths, aveva già di suo un testo unico grazie al talento di Morrissey, ma eseguita da Buckley è diventata se possibile anche più struggente. Tanti altri esempi si possono citare, tutti pubblicati postumi, ma che attraverso vari filmati possiamo ricostruire. È chiaro che attorno a questa artista sia nato un ben preciso clima di ammirazione e quasi di venerazione, non solo a causa della sua triste storia, ma proprio grazie al suo talento. E per questo non lo dimenticheremo mai.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.