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Linkin Park, Perché dopo vent’anni Hybrid Theory ci emoziona ancora

L’album d’esordio dei Linkin Park è uscito il 24 Ottobre di ben venti anni fa ed ancora oggi lo ascoltiamo e ci emoziona. La band ha fin da quel momento regalato sensazioni incommensurabili ai suoi fan, dando specie ai giovani una voce assordante. Le canzoni dei Linkin Park ci fanno sentire una profonda empatia, una caratteristica che da sempre li ha contraddistinti. Le sensazioni umane trovano notevole spazio in una perfetta combinazione tra musica e testi. Il rap di Mike Shinoda, il canto di Chester Bennington che mai dimenticheremo anche dopo la sua morte, la forza dei Linkin Park si distingue sempre e comunque. Già da quel primo album, Hybrid Theory, la band aveva mostrato la sua grandezza.

Vent’anni fa esce Hybrid Theory

Sembra assurdo pensare che questo album ebbe inizialmente davvero molte recensioni negative. In realtà però l’album poi ebbe diversi riconoscimenti e venne molto apprezzato. Forse poiché, come spiegò Mike Shinoda, vuole esprimere sensazioni che noi tutti proviamo. Mike Shinoda disegnò anche l’iconica immagine in copertina. Per quanto riguarda lo scopo dell’album, sempre su questa scia, Chester Bennington spiegò a Rolling Stone:

È facile perdersi nelle cose – pensando “povero, povero me”, ed è da questo che provengono canzoni come Crawling: non posso sopportare me stesso. Ma questa canzone tratta del prendersi le responsabilità delle proprie azioni. Tratta di come io stesso sono il motivo di ciò che provo. C’è qualcosa dentro di me che mi indebolisce.

Gli stili musicali dell’album sono vari. Presente molto l’influenza degli U2, che saranno sempre un punto di riferimento per i Linkin Park (emblematica a questo proposito è Shadow of the day che ricorda moltissimo il loro stile), ma anche i Depeche Mode per l’elemento elettronico.

Perché amiamo questo album

La ragione per cui Hybrid Theory colpisce così tanto anche dopo due decenni sta nel fatto che Chester Bennington abbia evidentemente messo nei testi tutto se stesso. Al di là della cura musicale eccellente, nei testi delle canzoni vediamo descritti i demoni di una persona che ha vissuto diverse vicissitudini nella sua vita. Sappiamo bene che l’infanzia di Bennington non fu facile, così come non fu facile il resto della sua vita, in costante lotta tra ansia e depressione cercando di superare il trauma del divorzio dei genitori e della sua costante solitudine. Ciò si evince nell’album dalla già citata Crawling, ma anche da A place for my head, In the end, By myself ecc. Le canzoni di questo album oscillano tra messaggi di bisogno di aiuto e manifestazioni di totale auto-determinazione e desiderio di alienazione. Troviamo qui messi in musica tutti i nostri più profondi tormenti. Per questo anche dopo vent’anni Hybrid Theory ci fa sentire meno soli.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.