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Pink Floyd, il significato dell’iconica copertina di The Wall

Il mito dei Pink Floyd non è dovuto solo a brani in grado di segnare diverse epoche, ma anche a diversi altri aspetti che li hanno resi davvero sorprendenti. Anche le copertine dei loro album nascondono storie tutte da scoprire. È l’esempio di The Wall, undicesimo album in studio della band che è nato in seguito ad percorso molto particolare che coinvolge, in particolare, il genio creativo di Roger Waters.

Le origini di un disco leggendario

The Wall può essere considerato a tutti gli effetti un disco leggendario, e non soltanto per le tracce presenti. Dalla trilogia di Another Brick in The WallThe Happiest Days of Our Lives, da Goodbye Blue SkyDon’t Leave Me Now, i pezzi memorabili non mancano. Da questa opera iconica sono stati tratti anche un libro e un film, intitolato Pink Floyd The Wall e realizzato nel 1982 con la regia di Alan Parker.



Ad ogni modo, per parlare delle origini di questo straordinario lavoro, bisogna partire da un concerto del mese di luglio 1977. In tale occasione, a Montréal, Roger Waters si sentì a disagio per le urla degli spettatori e sputò su uno di essi. Un incidente del genere fu lo spunto essenziale per dare vita ad un concept album incentrato sul muro presente tra i Pink Floyd e il loro pubblico. Waters presentò una demo della durata pari a circa un’ora mezzo, intitolata Bricks in the Wall. È da qui che nacque un album davvero leggendario.

La storia della copertina di The Wall

Agli inizi, la copertina di The Wall avrebbe dovuto coincidere, semplicemente, con la raffigurazione di un muro. Senza alcun marchio dei Pink, senza alcuna decorazione, senza nient’altro. Solo e soltanto un muro con mattoni bianchi. L’obiettivo principale era quello di contrassegnare una facciata intrisa di mattoni, che rappresentava un insieme di brani e sensazioni in grado di isolare dal mondo circostante. Una copertina semplice ed essenziale, ma dal forte impatto iconico.



Non è sufficiente dare un’occhiata al muro per comprenderne l’essenza fino in fondo, ma bisogna sapere anche cosa si nasconde dietro lo stesso. Tutto inizia con la nascita di Roger Waters e con i suoi ricordi. Il bassista della band britannica concepisce il muro come un simbolo anonimo e puro come la pelle di un bimbo. In realtà, questa copertina è stata concepita in pochi secondi e realizzata da Gerald Scarfe. Una gestazione molto differente rispetto ad altre cover come quelle di AnimalsWish You Were Here, ben più complicate da realizzare.

Il lavoro di Scarfe riguardava prettamente le linee tra i mattoni, con le loro relative dimensioni. L’aggiunta del nome della band e del titolo dell’album avvenne in un secondo momento su disposizione della casa discografica Harvest. Comparirà un semplice schizzo, The Wall Pink Floyd, che diventerà definitivo. Un piccolo spruzzo di bomboletta spray appoggiato sulla parete, tutto qua. Ma sufficiente per garantire ancora un pezzo di leggenda ai Pink Floyd. Fino addirittura a farli sciogliere, alcuni anni dopo.



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Giornalista pubblicista, blogger, articolista e copywriter, talvolta anche guardia giurata, diplomato al Liceo Linguistico. Appassionato di scrittura, sport, tecnologia e soprattutto musica. Rock'n'Roll prima di tutto, ma spazio tra vari generi e mi piace raccontarli a modo mio. (raffaele-sarnataro@libero.it)