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Pink Floyd: La storia dell’album troppo sperimentale per essere pubblicato

Sin dai loro esordi sulla scena underground inglese, i Pink Floyd si sono distinti per i loro sperimentalismi; straordinariamente visionari. L’opera del gruppo si distingue per eclettismo, avendo elevato la caratura di un genere già decisamente impegnato come il Rock Progressivo. Ad oggi, la discografia dei Pink Floyd rappresenta un punto di riferimento per la stragrande maggioranza degli artisti di spicco del panorama contemporaneo che, ovviamente, considerano la band una vera e propria istituzione. C’è stato un tempo, in cui quella dei Pink Floyd era una macchina inarrestabile; capace di produrre capolavori d’avanguardia, affascinanti quanto intricati.

Dopo il successo travolgente di The Dark Side Of The Moon, i Pink Floyd godevano già di uno status a dir poco leggendario. Questo spinse la band a guardare con ottimismo al futuro più prossimo. I Pink Floyd scelsero di approcciarsi all’album successore del loro capolavoro, seguendo un impeto di genialità capace di rasentare la follia. All’epoca, la pietra miliare di Wish You Were Here seguiva ancora orizzonti troppo lontani per essere scrutati. Dopo The Dark Side Of The Moon, i Pink Floyd intendevano creare un album tanto sperimentale da venire considerato estremo, tant’è che non fu mai pubblicato. In quest’articolo, ne racconteremo la storia.

La storia dell’album sperimentale dei Pink Floyd che non fu mai pubblicato

Il piano dei Pink Floyd per il nuovo album era semplice. La band intendeva spingersi oltre i limiti dell’avanguardia, constatando quanto lontano poteva arrivare in termini di eccentrismo e stravaganza. I Pink Floyd decisero di creare un album sperimentale senza servirsi degli strumenti tradizionali con cui avevano scolpito il proprio nome nella leggenda. La realtà, però, si rivelò ben presto deludente. La band iniziò ad improvvisare in maniera estenuante, portando in studio gli oggetti più bizzarri che riuscissero a trovare; da semplici stoviglie ad apparecchiature farmaceutiche per uso domestico.

Nel documentario intitolato Which One’s Pink?, Richard Wright spiegò che l’idea di creare un disco ambientale con oggetti di uso comune fosse stata di Roger Waters. Il tastierista andò avanti raccontando in che modo, la band, avesse passato quei giorni. “Abbiamo trascorso intere giornate a tentare di riprodurre il suono di un basso con un elastico – affermò Wright – Passarono intere settimane e le stranezze in studio non fecero altro che aumentare. Nella biografia ufficiale dei Pink Floyd scritta da Nick Mason, il batterista rivela che, l’intento del loro album sperimentale, fosse di vedere quanto i suoni non musicali potessero prestarsi alla costruzione di melodie.

David Gilmour, dal canto suo, reputò il risultato finale un’accozzaglia di suoni privi di senso. In quel periodo, l’unico a tenere il morale alto nella perpetuazione del progetto fu Roger Waters che; dopo qualche tempo, si accorse del senso di smarrimento ed assenza che la band stava provando durante le sessioni d’incisione. Questo, diede al bassista l’ispirazione giusta per la composizione di quello che, nel 1975, il mondo avrebbe conosciuto come il nono album della band, Wish You Were Here.

 

 

 

 

 

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Claudio Pezzella, studente in culture digitali e della comunicazione. Appassionato dell'arte in tutte le sue sfumature,alla costante scoperta di nuove frontiere culturali. Chitarrista e compositore polistrumentista impegnato in progetti progressive metal.