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Pink Floyd: tra sperperi ed imprese, ecco come la band riuscì ad eludere il fisco negli anni settanta

Essere una star del rock inglese negli anni settanta e ottanta comportava tanti vantaggi quanti svantaggi. I vantaggi, inutile a dirlo, erano la fama, il successo, la notorietà, le feste, le belle ragazze e i soldi. Gli svantaggi, invece, riguardavano soprattutto l’aumento delle imposte, legate in particolar modo alle classi benestanti. E, per sopperire a tali svantaggi, molte star del rock cominciarono ad espatriare in massa, trasferendosi in paesi meno esigenti dal punto di vista fiscale. I mitici Rolling Stones nei primi anni settanta si trasferirono in Francia, il Duca Bianco David Bowie in Svizzera, Cat Stevens in Brasile e Rod Stewart in California. Ringo Starr, invece, poco tempo dopo lo scioglimento dei Fab Four si trasferì nel Principato di Monaco. Lo stesso discorso, più o meno, vale anche per i Pink Floyd.

I Pink Floyd e i problemi con il fisco

Il 2 ottobre 1970 i Pink Floyd pubblicarono il quinto album in studio: ‘Atom Heart Mother‘, abbandonando il classico rock psichedelico con cui si erano fatti conoscere e abbracciando il rock progressivo. In questi anni la sonorità dei Floyd assunse una connotazione definitiva: ciò, naturalmente, consentì alla band di sperimentare nuova musica e pubblicare alcuni grandi album come ‘Meddle‘, rilasciato il 5 novembre del ’71. Questo fu un grande periodo per i Pink Floyd, un periodo in cui riuscìrono a vendere milioni e milioni di dischi in ogni parte del mondo.

Il successo, però, metterà la band britannica in una situazione piuttosto scomoda: quella di essere milionari in un paese dove i ricchi vengono tassati senza pietà. A raccontare alcuni retroscena circa questa situazione così delicata è stato il batterista Nick Mason nel volume ‘Inside Out-la prima biografia dei Pink Floyd’.

“Verso la fine degli anni settanta la band continuava ad incassare senza sosta grazie ai proventi di ‘Dark Side Of The Moon’ e ‘Wish You Were Here’. Il vero problema era che l’aliquota fiscale in Gran Bretagna era pari all’83% per i redditi più alti e del ben 98% sugli utili investiti. Una società, la Norton Warburg, ci convinse a mettere in atto un piano che, alla fine, ci avrebbe fatto risparmiare un sacco di soldi sulle tasse. Il piano era semplice: dovevamo trasformarci in una società operativa ed investire il denaro della band in varie imprese. Il lato negativo, naturalmente, era che se tali società avessero fruttato, avremmo dovuto chiuderle per non destare sospetti.”

L’esilio della band britannica

Mason ha poi continuato: “Lo schema era ben organizzato: si, insomma, molti dei nostri progetti erano completamente sbagliati e a nessuno sarebbe mai saltato in mente di prenderli in considerazione. In quel periodo aprimmo attività di ogni tipo: barche a remi, pizzerie, ristoranti, una fabbrica di dolci, una di scarpe, una società di autonoleggio e addirittura una che produceva skateboard.”

I piani, però, non andarono esattamente come previsto e nel 1978 la formazione britannica fu costretta a passare un anno in esilio. In questo periodo, infatti, le registrazioni dell’album ‘The Wall‘ si tennero tra Nizza, Los Angeles e New York.

“Non furono le tasse troppo alte a portare i Pink Floyd in esilio -confessò Mason- fu l’avidità. Volevamo fare un mucchio di soldi e portare le nostre residenze fuori dal paese, volevamo risparmiare sulle tasse ed investire in società. Purtroppo, però, ci siamo affidati alle persone sbagliate.”

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Simone Esposito: studente e amante della musica in tutte le sue sfumature. Articolista esperto e aspirante critico musicale. Appassionato di cinema, letteratura e arte (in tutte le sue forme). (es.simone@libero.it)