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Quando Freddie Mercury diventò “Mr Bad Guy”: la storia del suo primo album da solista

Quando citiamo Freddie Mercury stiamo parlando di uno dei più grandi frontman che la storia abbia mai conosciuto. L’iconico leader dei Queen è sempre stato un personaggio enigmatico e misterioso, sia quando militava nella band sia durante il suo percorso da solista.

Il primo album da solista di Freddie Mercury: Mr Bad Guy

Freddie Mercury iniziò a lavorare a Mr Bad Guy nel 1983, impiegando circa due anni per completare l’opera. Il disco, pubblicato nel 1995 dalla Columbia Records, è infatti il risultato di una lunga sessione di lavoro: Freddie si occupò di tutto, dalla voce al piano, dal sintetizzatore all’orchestra.

“C’erano un sacco di idee nella mia testa che cercavano di uscire. Volevo avventurarmi in nuovi percorsi musicali, cosa che non mi era permesso fare all’interno dei Queen”, ammise l’iconico frontman spiegando i motivi che lo avevano spinto a pubblicare un disco da solista. L’album, prodotto tra gli Stati Uniti e Monaco di Baviera, contiene infatti tracce scritte da Mercury e composte originariamente per far parte della discografia dei Queen, ma che in seguito furono scartate. È evidente, dunque, come Mercury abbia inserito in questo album cuore, anima e tutte quelle brillanti idee che fluttuavano nella sua mente geniale.

Tracce e titolo dell’opera

Non a caso, quindi, alcune tracce come ‘Made in Heaven’, ‘I Was Born to Love You’, ‘Man Made Paradise’ e ‘There Must Be More to Life Than This’, avrebbero dovuto far parte dell’undicesimo album in studio dei Queen: ‘The Works’, pubblicato nel 1984. Ciononostante alcune di queste canzoni, seppur molto diverse dalle originali apparse in Mr Bad Guy, saranno inserite anche in alcuni album successivi dei Queen, come ad esempio ‘Made in Heaven’ (pubblicato nel 1995) e ‘Queen Forever’ (del 2014)

Originariamente, inoltre, l’album avrebbe dovuto intitolarsi proprio “Made In Heaven”, solo che Freddie cambiò idea una settimana prima che il lavoro venisse rilasciato: “Inizialmente mi ero perso alla ricerca di un titolo efficace, ma per quanto mi riguarda i titoli degli album sono irrilevanti. Non avevo la più pallida idea di come chiamarlo, ma c’era quella traccia intitolata “Made in Heaven” e sembrava evocasse un’immagine particolare. Alla fine, ad essere onesto, non sono affatto preoccupato per il nome: ciò che conta è quello che ascolti, non il titolo.”

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Simone Esposito: studente e amante della musica in tutte le sue sfumature. Articolista esperto e aspirante critico musicale. Appassionato di cinema, letteratura e arte (in tutte le sue forme). (es.simone@libero.it)