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Rino Gaetano, Quando l’album Aida celebrò l’Italia

Oggi l’Italia celebra la Festa della Repubblica. Tuttavia, questa giornata meravigliosa si tinge anche di negatività se pensiamo che oggi ricorre l’anniversario della scomparsa di Rino Gaetano. Sicuramente uno dei più grandi cantautori della storia della musica italiana. Ha saputo con velato disimpegno ed ironia dipingere una realtà eterna, intelligente e acuta. Le sue parole sono diventati veri e propri inni, pensiamo alla sua Ma il cielo è sempre più blu, di recente riproposta da molti artisti. Erroneamente interpretata come messaggio di speranza, è in realtà un ironico quadro sulla disuguaglianza.

Uno degli album più importanti di Rino Gaetano è profondamente adeguato a questa data in moltissimi sensi. Ci permette di ricordarlo, ma anche di celebrare il nostro Paese. Stiamo parlando di “Aida”.

Aida, una donna che ricorda l’Italia

Aida è uno dei brani più conosciuti di Rino Gaetano, nonché canzone che dà il nome all’album. Ha uno scopo molto ambizioso: narrare la storia d’Italia e lo fa con semplicità e poesia. Uno stile disadorno tipico delle canzoni di Rino Gaetano e quindi un linguaggio semplice, ma che colpisce forse proprio per questo. Vengono narrati gli ultimi settant’anni della storia del nostro Paese. L’idea venne a Rino Gaetano dopo aver visto il film Novecento di Giuseppe Bertolucci, allora decise di scrivere una canzone in cui la storia d’Italia fosse come la storia degli amori di una donna. Aida, non a caso, in quanto è il nome della protagonista e dell’opera di Giuseppe Verdi. Tutto il testo è una sorta di flashback di questa donna che sfoglia i suoi ricordi e rimembra quindi alcuni avvenimenti fondamentali per il nostro paese. Musicalmente il brano risente della grande passione di Rino Gaetano per il reggae.

Lei sfogliava
I suoi ricordi
Le sue istantanee
I suoi tabù
Le sue madonne
I suoi rosari
E mille mari
E alalà
I suoi vestiti
Di lino e seta
Le calze a rete
Marlene e Charlot
E dopo giugno
Il gran conflitto
E poi l’Egitto
E un’altra età.

L’album tra censura…

Parlando di alcune altre tracce dell’album, meno famose ma non per questo meno importanti. Fontana chiara, la traccia subito successiva alla title-track, rivela una semplicità che riesce a dire molto più di qualsiasi cosa. Essenziale e dal testo molto breve. La segue il brano più divertente se vogliamo di quest’album, Spendi spandi effendi che fu anche censurato a causa della frase prendimi maschiaccio libidinoso, coglione. La successiva canzone è Sei ottavi, a proposito di censure. Il suo testo, che si riferisce probabilmente ad un rapporto sessuale o ad un episodio di masturbazione, naturalmente ha suscitato scandalo, anche se adesso è considerata una delle più riuscite dell’autore.

Chi coglierà il mio fiore bagnato di brina
Un principe azzurro o forse io adulta io bambina.

…e denuncia dell’ipocrisia

Escluso il cane, di genere blues, mostra poi il dramma dell’ipocrisia: viene cantata la solitudine di un uomo, stanco dell’ipocrisia degli altri, che gli dicono “ti amo”, ma in realtà egli è solo come un cane. Escluso il cane, gli altri non hanno sentimenti. La festa di Maria, quasi una ballata medievale, che sfida in un certo senso la criminalità, per diversi messaggi nascosti. Rare tracce è il brano più impegnato dell’album e mostra un’aspra denuncia nei confronti del decadimento della società moderna e dell’abuso dei potenti.

Rare tracce di signori
Benpensanti e non creduti
Traffichini grossi e astuti
Ricchi forti e incensurati
Rare tracce di vita su Marte
Venere e Plutone.

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Laureata in lettere moderne e laureanda in Filologia moderna. Siciliana doc, scrittrice, ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.