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The Cure, La storia del capolavoro Boys don’t cry

I Cure sono una band britannica che con vari cambi di formazione è in attività dal 1976. Si tratta di un gruppo di genere post-punk, ma che è stato definito spesso anche Gothic rock. Ciò a causa delle atmosfere cupe e della loro “poetica decadente”. Lo stile macabro e malinconico li ha sempre contraddistinti. Il leader Robert Smith, l’unico elemento costante nei vari cambi di formazione, ha comunque sempre rifiutato tale etichetta. Ha invece più volte spiegato che i Cure sono i Cure, rifiuta quindi sostanzialmente qualsiasi definizione precisa di genere, anche se ammette che agli esordi erano sicuramente post-punk. Uno dei brani più famosi dei The Cure è sicuramente Boys don’t cry. Scopriamo la storia di questa canzone.

L’esordio dei Cure

Il primo album della band si chiama Three Imaginary Boys. Qui l’influenza principale è il pop anni sessanta, ma anche il rock di David Bowie. Robert Smith non fu mai davvero soddisfatto di questo primo album, tanto da giurare di occuparsi della produzione dei successivi così da poter avere l’ultima parola. In generale Three Imaginary Boys è un interessante “laboratorio giovanile” della band, in cui si possono notare in embrione aspetti che saranno più importanti dopo. La title track esprime alcuni tra i tratti introspettivi che infatti caratterizzeranno i Cure per tutta la loro carriera.

I Cure e Boys don’t cry

Subito dopo l’uscita del primo album ecco il singolo che divenne sicuramente il più famoso dei Cure: Boys don’t cry. Robert Smith ha descritto questo brano come un tentativo di realizzare una canzone pop anni sessanta. Senza dubbio il grande successo del brano è dovuto anche a queste influenze molto pop, infatti ha una musica molto orecchiabile ed atmosfere meno astratte di altre canzoni della band. Robert Smith si prese la soddisfazione di re-incidere il primo album nel 1980 e così Boys don’t cry diede il titolo ad un disco che rendesse più giustizia al lavoro dei Cure, secondo Smith. L’attualità della canzone è innegabile in quanto il testo racconta sostanzialmente la storia di un ragazzo che, dopo la fine di una storia d’amore, vorrebbe piangere, eppure non può perché “i maschi non piangono“. Boys don’t cry si riferisce quindi al pregiudizio della società secondo il quale gli uomini per essere tali non dovrebbero manifestare emotività (pensiamo al detto “piangere come una femminuccia). A 40 anni dalla canzone, Robert Smith ha spiegato a Rolling Stone che il brano è attualissimo se pensiamo a tutte le polemiche sui pregiudizi di genere, all’idea di una mascolinità basata sulla durezza. Allora oltre ad avere una musicalità iconica, questo singolo può insegnarci ancora tanto.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.