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Perché ancora oggi “We are the world” ci insegna a rimanere uniti

La musica da sempre rappresenta un’occasione di svago per noi tutti, eppure a volte può servire a salvare delle vite: è stato il caso di We are the world, brano del 1985, scritto da Michael Jackson e Lionel Richie. Venne cantato da oltre 45 artisti, per la maggior parte americani, per raccogliere fondi a sostegno dell’Etiopia, devastata da una tremenda carestia. La stessa canzone venne re-incisa con oltre 75 cantanti alla fine del 2009, per dare sostegno ad Haiti in seguito al terremoto. We are the world ci insegna a reagire con la musica e l’unione di fronte alle difficoltà.

La musica può salvare delle vite?

In questo periodo abbiamo assistito a moltissime iniziative di beneficenza promosse non solo da politici, ma anche da influencer e cantanti. Un esempio banale è stato il programma Rai Musica che unisce e tutte le dirette streaming che moltissime rockstar hanno realizzato e stanno continuando a promuovere per raccogliere fondi. Il momento più emblematico in cui la musica ha avuto un ruolo fondamentale nel far fronte ad un’emergenza è sicuramente il brano We are the world. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che grazie a questa canzone si raccolsero oltre cento milioni di dollari e la sua realizzazione fu frutto di un grande impegno da parte di compositori, produttori e artisti. La canzone venne infatti composta in appena due giorni da Jackson e Richie ed in generale il progetto fu molto difficile da portare avanti: riunire un così alto numero di artisti famosi implicava la necessità dell’assoluta segretezza del luogo della registrazione, che per questo fu realizzata di notte (gli artisti lavorarono fino alle 8 del mattino).

Perché “We are the world” ci insegna molto

Sicuramente, il primo motivo per cui We are the world conquista e fa scalpore è il numero e la varietà di artisti presenti, tanto che spopolano sul web i video che indicano chi appare in ogni momento. Giusto per citare i momenti più salienti, il primo ritornello è naturalmente affidato a Michael Jackson che duetta con Diana Ross, mentre in generale poi viene eseguito dal coro intero dei cantanti ed in un momento solo da Bob Dylan, l’unico nel video ad avere un atteggiamento meno “caloroso” degli altri, forse anche a causa del suo carattere estremamente introverso. Una delle parti più apprezzate della canzone è il duetto tra Stewie Wonder ed un giovanissimo Bruce Springsteen. Al di là delle perle che regala grazie all’unione “improbabile” di artisti, che insieme non vedremo nemmeno più, We are the world ha anche un testo estremamente significativo. La canzone pone l’accento sul senso di responsabilità che tutti noi abbiamo nei confronti del mondo in generale, ma in particolare dei più giovani, e infonde un messaggio di speranza molto chiaro: se stiamo insieme, possiamo farcela. Parole che tuttora sentiamo continuamente pronunciare a causa di questa pandemia.

Abbiamo bisogno di una certa chiamata

Dopo anni, We are the world ha quindi ancora molto da dirci. Basta leggere anche solo l’inizio per rivedere in queste parole lo spirito di cui abbiamo bisogno anche adesso:

“Arriva un momento in cui abbiamo bisogno di una certa chiamata
quando il mondo deve tornare unito
c’è gente che muore
ed è tempo di aiutare la vita,
il più grande regalo del mondo.

Non possiamo andare avanti fingendo giorno dopo giorno
che qualcuno, da qualche parte, presto cambi le cose.
siamo noi tutti parte della grande famiglia di Dio
è la verità,
lo sai, l’amore è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Noi siamo il mondo, noi siamo i bambini
noi siamo quelli che un giorno renderanno il giorno più luminoso
quindi cominciamo a donare
è una scelta che stiamo facendo,
stiamo salvando le nostre stesse vite
è vero, costruiremo giorni migliori, solo io e te”.

 

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.