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Quella favola che si chiama Woodstock 1969

Certi eventi, nel corso della storia e nel susseguirsi degli anni, lasciano una tale impronta sul tempo da diventare culti. Un momento di stasi nella temporaneità delle cose che si trasforma in immortalità e leggenda. Il 15 Agosto 1969 iniziò quello che sarebbe diventato il festival di musica più iconico di tutti i tempi. Woodstock è ormai un ricordo svanito, una eco per chi non era presente e l’ha solo sentito nominare, o visto in qualche registrazione. Quei tre giorni di pace e musica hanno portato sul palco artisti internazionali, ma anche politica, libertà selvaggia, gioventù urlante, pioggia e fango. Woodstock 1969 è diventato il festival per antonomasia come baluardo di una generazione che voleva, esigeva, il controllo sulla propria vita ma anche della temperie politica che si agitava nel ’68.

Woodstock: il ’68, il Vietnam e il clima politico

Gli Stati Uniti sono in subbuglio. A Berkeley imperversano le manifestazioni studentesche. Il presidente Nixon usa il pugno di ferro e pretende il servizio militare obbligatorio per i diciannovenni. La guerra in Vietnam si ingigantisce sempre più, allunga la sua ombra scura su un’intera nazione che sarà destinata a vivere quel ricordo per sempre. L’uomo si protende nello spazio con il successo della missione Apollo 9. John Lennon sposa Yoko Ono. Il biennio ’68-’69, come molti altri periodi della storia, vive una dicotomia interna a se stesso. All’irrigidirsi delle ideologie, degli ideali politici e del bigottismo di una vecchia generazione si oppone la voglia di emanciparsi dei giovani, la voglia di avere controllo sulla propria vita e sul proprio corpo.

L’arrivo del 1969 segna la fine di un decennio di illusioni e speranze, con il boato delle contestazioni e delle proteste, di inarrestabili manifestazioni in nome del pacifismo e della non-violenza. I giovani esprimono il loro bisogno di emancipazione facendo uso di droghe, esortando al libero amore e alla musica. Mentre Armstrong percorre i suoi primi passi sulla luna, il Rock inizia la sua lenta conquista degli States dalla California. L’ideale collettivo della Londra dei Beatles e degli Stones sta tramontando per accogliere i giovani hippie e le chitarre elettriche, per aprire le porte a Jimi Hendrix e Janis Joplin.

15 Agosto 1969, Woodstock apre i battenti: evento e scaletta

Dopo gli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy, la deriva del movimento pacifista e l’ingigantirsi del conflitto in Vietnam, sembrava che gli ideali delle giovani generazioni fossero destinati a naufragare per sempre. La risposta collettiva arrivava dall’abuso di sostanze stupefacenti, dall’abbandono alla droga o alla violenza, dal boom di una commercializzazione sfrenata. In quel periodo Michael Lang e Artie Kornfield – due giovani in cerca di finanziatori per un ipotetico studio di registrazione vicino al rifugio di Bob Dylan – incontrarono John Roberts e Joel Rosenmann, due “giovani uomini con capitale illimitato”. I quattro risposero al caos e ai dubbi ideologici del loro tempo organizzando il più grande festival dei nostri tempi.

Woodstock apre i battenti il 15 Agosto 1969 nell’appezzamento di terreno di un allevatore di nome Max Yasgur. I suoi 600 acri di terra vengono ben presto invasi da un’orda di hippie che portano con sé droghe psichedeliche, libero amore e trasgressione selvaggia. Il festival è passato alla storia con il motto “three days of Peace and Music”, ma in realtà si protrasse fino al 18 Agosto 1969. Tantissimi i nomi di artisti nazionali e internazionali che fecero la storia di Woodstock e della musica in generale. Il campo di Yasgur divenne la terra promessa di chiunque volesse dire la sua, nel tempo della violenza e delle ideologie consumistiche, attraverso il Rock. Una ricostruzione esatta della scaletta è pressoché impossibile, date i resoconti frammentari dell’epoca. Tuttavia alcune esibizioni sono diventate leggendarie, facendo già da sole la storia di Woodstock 1969.

Il blues straziante e ruvido di Janis Joplin, la chitarra dissacrante e pungente di Jimi Hendrix – che suonò una roboante versione dell’inno americano la mattina del 18 Agosto 1969.  E poi ancora Santana, il rhythm blues dei Creedence Clearwater Revival, i The Who che volarono da oltre oceano per partecipare all’evento “La bandiera degli Stati Uniti si sfaldava nel sangue dei caduti in Vietnam, i sogni del modello americano crollavano in un abisso di orrore. Mai il Rock aveva osato tanto”.

 

 

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Giulia Prosperini, classe 1993, laureata in Lingue e Letterature Straniere. Tante passioni, tra cui la musica e il rock 'n roll. Esperta del mondo Grunge, i Pearl Jam e i gruppi storici di Seattle. Scrittrice per vocazione e per hobby, specialista di recensioni e curiosità, capace di spaziare dalla cronaca all'aneddoto, dagli approfondimenti alle ultime news del mondo della musica.