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Depeche Mode, La storia dell’album più rock della band

I Depeche Mode hanno dato sempre prova di una grande originalità. Il loro genere, spesso individuato con la semplice musica elettronica, ha infatti diverse influenze e non è facile etichettare questo gruppo musicale sotto un’unica definizione. I Depeche Mode hanno pubblicato album dal vario significato e dal sound dominante sempre differente, ma tutti sono concordi nell’affermare che l’album davvero “rock” della band sia solamente uno: Songs of Faith and Devotion. Si tratta anche di uno dei più importanti della band e più apprezzati dai fan. Vediamo la storia SOFAD, come viene spesso chiamato.

Songs of Faith and Devotion

Innanzitutto, Songs of Faith and Devotion è l’ottavo album dei Depeche Mode. Uscì nel Marzo del 1993. Il titolo significa Canzoni di fede e devozione e già da questo si può comprendere il significato profondo dietro questo disco. Le tematiche sono le più disparate. Il primo grande sentimento, la devozione, sembra essere legato all’amore e all’affetto per una persona, ma poi il termine “fede” sembra collegarsi a qualcosa di biblico, di religioso, di esoterico. In generale, sia musica che testi sono profondi ed intensi e sembrano riferirsi a delle sensazioni che tutti noi sicuramente abbiamo provato, indagando introspettivamente la mente umana.

La fatica di realizzare l’album

L’album fu però anche uno dei più difficili da realizzare per la band. Forse poiché i Depeche Mode sentivano addosso la pressione del successo dell’album precedente, Violator, che era riuscito a sorprendere tutti. Ricordiamo che contiene la amatissima “Enjoy the silence“. La cupezza di quest’album riflette anche la grande fatica con cui è stato realizzando: la band fece pochissime pause. Anche lavorare insieme fu difficile: non a caso questo è l’ultimo album con Alan Wilder, che durante la registrazione decise di lasciare la band. Effettivamente c’erano continui disaccordi, ad esempio durante il mix di Judas. A dimostrare quanto fu faticoso il lavoro dietro questo disco, c’è anche da dire che Anton Corbijn ha diretto i video ufficiali delle canzoni, che, ha raccontato Martin Gore, sono stati una delle parti più faticose da realizzare per loro. I Depeche Mode dormivano poco e non si fermavano mai per rendere al meglio anche in questo.

Il nuovo sound

Paradossalmente, proprio questo stress ha contributo a creare alcune tra le canzoni più belle dei Depeche Mode. Walking in my shoes, ad esempio, è da molti considerata uno dei capolavori della band. Riflette sull’idea di mettersi nei panni dell’altro senza giudicarlo. Sulla stessa scia è I feel you, che mostra un suono decisamente più orientato al rock, come tutto l’album. Le canzoni presentano sempre strumenti elettronici, ma in numero minore e soprattutto nelle introduzioni. Tutti ricordiamo la intro stridulissima di I feel you. Chiaramente l’album risente del grunge e del rock e delle nuove influenze degli Stati Uniti con cui i Depeche Mode erano entrati in contatto, cosa che li aveva fatti allontanare da suoni tipicamente anni 80 ed avvicinare ad uno stile rock che molti fan sperano di rivedere.

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Laureata in Lettere moderne ed in Filologia moderna, studentessa di Editoria e Scrittura alla Sapienza. Siciliana doc, docente, copywriter. Ha pubblicato un saggio dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e scrive per diversi siti di divulgazione culturale. Ama la letteratura, il cinema, il teatro, l'arte e naturalmente la musica (ha studiato teatro musical per quattro anni), in particolare il rock, il symphonic metal, il cantautorato italiano e i musical.