Pearl Jam: la storia di Black, capolavoro di Eddie Vedder

Nel 1991 i Pearl Jam pubblicano Ten, album d’esordio che proietta la band di Eddie Vedder sul palco del grunge di successo degli anni ’90. Vedder è appena entrato nella formazione – dopo un provino lampo a Seattle e dopo aver collaborato all’album omonimo dei Temple of the Dog. Attingendo a piene mani ad un’infanzia e adolescenza difficili, da vita a testi struggenti, a volte rabbiosi. Alive, incentrato sull’irrisolto rapporto con suo padre, Jeremy, ispirato ad una dolorosa vicenda di attualità, Even Flow, il classico pezzo da stadio. Tra queste, troviamo Black, pezzo che nell’intenzione del suo creatore avrebbe dovuto rimanere dimesso e personale, ma che invece diventerà uno dei brani capolavoro, più conosciuti e iconici dei Pearl Jam.

Black, l’opposizione di Eddie Vedder: storia di un capolavoro

La duplice anima di Eddie Vedder emerge tanto nei primi live dei Pearl Jam quanto nei pezzi della sua discografia. L’anima irrequieta e dirompente di Why Go e Porch, dove grida, con voce catartica e struggente, le difficoltà della sua giovinezza. Tutto il senso di frustrazione e inadeguatezza che caratterizzò le band di quel periodo grunge-rock tipicamente anni ’90. E poi l’anima docile, altamente emotiva, capace di commuovere con brani come Just Breath o Oceans. Black, tra questi, si allinea con l’Eddie Vedder malinconico. Il cantante dei Pearl Jam scrive una ballata romantica sui primi amori perduti, sulle prime storie che finiscono e sui dolorosi addii che seguono.

Quando l’etichetta discografica chiese a Eddie Vedder di trasformare Black in un successo da radio, il cantante si oppose fermamente. Black è, tutt’ora, uno dei brani più intimi ed emozionali dei Pearl Jam. “Questa canzone parla della perdita […] è fatta di emozioni troppo intime” dirà Vedder, nel tentativo di proteggere una creatura nata dal proprio cuore e dal proprio dolore. Di Black non è mai stato pubblicato un singolo né è mai stato girato un video. L’atmosfera del brano è una delle più private che il cantante di Ten abbia mai creato. La consapevolezza della fine di un amore, eppure una sottesa, dolce malinconia. Eddie Vedder trascina l’ascoltatore lungo una storia – come se lo invitasse nella propria vita – mentre la sua voce calda tocca le note più profonde della sensibilità di ciascuno.

Il successo commerciale del brano dei Pearl Jam

Eddie Vedder si è sempre opposto alla deriva commerciale e discografica di Black. Il brano – estratto dall’album di debutto Ten – parla di una sua esperienza personale e intima. La storia dolorosa di un amore perduto, di quelli che inevitabilmente finiscono ma continuano a far male per sempre . Eddie Vedder voleva tenerlo per sé: Eppure fu subito un classico. Forse perché le emozioni di cui parla sono così sincere e reali che tutti possono sentirle sulla propria pelle. “I know someday you’ll have a beautiful life / I know you’ll be a star / in somebody else’s sky / but why / why can’t it be / why can’t t be mine”. La voce alla fine si fa struggente, un ultimo disperato tentativo di avere risposte dal proprio passato. E poi l’assolo di Mike McCready, che irrompe come una lama e porta il brano verso la fine.

In un articolo di Rolling Stone, Five Against the World, è raccontato un aneddoto emblematico sul rapporto stretto tra Eddie Vedder e Black. Una sera, mentre stava sulla spiaggia pensando alla recente morte di un’amica, sentì dei ragazzi cantare Black. Il pezzo – creatura fragile del suo animo – era diventato l’emblema della commercializzazione della sua musica. “Vedder spuntò fuori dai cespugli e chiese a quei ragazzi di non cantare quella canzone”.

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Giulia Prosperini, classe 1993, laureata in Lingue e Letterature Straniere. Tante passioni, tra cui la musica e il rock 'n roll. Esperta del mondo Grunge, i Pearl Jam e i gruppi storici di Seattle. Scrittrice per vocazione e per hobby, specialista di recensioni e curiosità, capace di spaziare dalla cronaca all'aneddoto, dagli approfondimenti alle ultime news del mondo della musica.