La storia di The Piper at the Gates of Dawn, il primo grande capolavoro dei Pink Floyd

Quante storie hanno raggiunto i loro apici nonostante inizi che non fossero all’altezza del grande livello raggiunto soltanto con l’esperienza? Quante discografie, allo stesso modo, hanno avuto nell’album di esordio un semplice prodotto sperimentale e un diamante grezzo, in attesa di essere raffinato? Per i Pink Floyd è difficile fare un discorso di questo tipo, perché non si riuscirebbe a sottolineare la grande importanza del primo grande capolavoro della formazione britannica: The Piper at the Gates of Down. Vogliamo parlarvi della storia del primo album in studio dei Pink Floyd, l’unico realizzato sotto la completa direzione di Syd Barrett.

L’esordio dei Pink Floyd e i primi concerti della formazione britannica

Nonostante The Piper at the Gates of Down non segni l’inizio della carriera dei Pink Floyd, ha certamente dato un senso differente alla stessa, oltre che un’impostazione artistica e musicale diversa a seguito della sua pubblicazione. La formazione aveva già effettuato delle sessioni di registrazione per realizzare nel 1967, il singolo Arnold Layne, che raggiunse la 20esima posizione nelle classifiche di vendita britanniche. 

Nonostante ciò, i primi concerti dei Pink Floyd si limitavano a jam session e cover blues che, lentamente, iniziarono ad essere accompagnate da canzoni realizzate in tutto e per tutto da Syd Barrett. Insomma, il repertorio era tutt’altro che ampio e i concerti venivano strutturati di conseguenza.

Le registrazioni di The Piper at the Gates of Down

Le registrazioni di The Piper at the Gates of Down iniziarono il 21 febbraio del 1967, nello studio 3 degli Abbey Roads. L’album, prodotto da Norman Smith, veniva registrato contemporaneamente a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, che anch’essi si trovavano a Londra per il loro disco.

Non si sa come siano effettivamente andate le registrazioni, in quanto i pareri sono sempre stati contrastanti: Nick Mason ha sempre sostenuto che siano andate in modo assolutamente tranquillo, mentre Norman Smith le ha ritenute “un inferno”. L’ultima sessione di registrazione c’è stata il 5 luglio del 1967, con la registrazione di uno degli ultimi brani inclusi nell’album: Pow R. Toc H.  

L’accoglienza della critica e il successo mediatico dell’album

The Piper at the Gates of Down fu un vero e proprio successo per la critica, che esaltò particolarmente l’esordio discografico dei Pink Floyd. La direzione e i test scritti prevalentemente da Syd Barrett furono i due elementi principali in grado di orientare i giudizi della maggior parte dei critici, che ritennero l’album come una vera e propria pietra miliare nella storia del rock psichedelico. Tra gli estimatori dell’album ci fu anche Paul McCartney, mentre Pete Townshend dichiarò che il prodotto non rispecchiava le qualità della band espresse dal vivo. 

Il successo mediatico non fu immediato: i primi concerti della formazione, in assenza di un vero e proprio tour promozionale, si rivelarono degli insuccessi, a causa della condizione sempre più precaria di Syd Barrett che si univa all’impossibilità di esibire alcuni brani, come The GnomeChapter 24The Scarecrow e Bike. Negli ultimi anni, però, il disco ha goduto di grande rivalutazione sia tra i fan dei Pink Floyd che nel mondo della critica, che ha elevato ancor più il disco di esordio dei Pink Floyd.

 

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Studente e amante del rock 'n' roll in tutte le sue definizioni. Esperto articolista specializzato in diverse testate di attualità e news. Abile nello spaziare - nell'ambito del rock - tra notizie di attualità, curiosità e aneddoti (riguardanti band, artisti, album o singole canzoni) fino a classifiche di vario genere.