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Giorgio Gaber, La storia del suo ultimo album in studio

Giorgio Gaber non è stato un cantante come gli altri. Diciamo questo non tanto per fargli un complimento, ma perché è un dato di fatto, a partire dalla sua discografia. Infatti, quando parliamo di album di Giorgio Gaber raramente possiamo riferirci ad album in studio. Avendo ideato insieme con Sandro Luporini il genere del Teatro Canzone, i suoi dischi corrispondevano sostanzialmente a registrazioni di spettacoli teatrali. Quando si parla dell’ultimo album in studio di Giorgio Gaber, allora, non si può intendere Far finta di essere sani, che è la registrazione di uno spettacolo del 1973/74, pur essendo uscito nel 2002. Dobbiamo parlare, invece, di Io non mi sento italiano.

L’evoluzione artistica dell’ultimo Gaber

Innanzitutto, bisogna sapere che nell’ultimo periodo della sua vita e quindi della sua produzione artistica, Giorgio Gaber era profondamente cambiato. Prima il signor G, il personaggio che usava nei suoi spettacoli ma che era estremamente veritiero e simile a lui, era scanzonato, fragile, divertente, ma anche ottimista. Il pessimismo riguardo alla società moderna è invece la principale sensazione che prova il cantautore. Il sogno di una società che in qualche modo potesse migliorare si è rivelato una mera illusione e per questo la profonda delusione lo spinge, da uomo più anziano, a condannare la decadenza del costume. Ciò si evince principalmente da La mia generazione ha perso, album in studio uscito nel 2001. Già dal titolo possiamo capire come Gaber rimpianga i valori della sua generazione. Ciò è espresso non in maniera qualunquista, ma con grande puntualità e forza. Si scaglia senza pietà contro il malcostume della società, leitmotiv che lo accompagnerà artisticamente fino alla scomparsa.

L’ultimo album di Giorgio Gaber

Con Io non mi sento italiano, uscito nel 2003 (poco dopo la morte del cantautore milanese), Giorgio Gaber continua la sua lotta contro il malcostume. Una lotta che corrisponde sostanzialmente alla denuncia, senza un’apparente speranza di miglioramento. Anche se i suggerimenti che ci fornisce Gaber, se ascoltati attentamente, potrebbero davvero aiutarci a migliorare. L’album è costituito da tre tracce già conosciute, L’illogica allegriaIl dilemma e C’è un’aria e da sette inedite, di cui una è un brano in prosa come era tradizione nei lavori di Gaber inserire. Abbiamo due brani di satira politica: Il corrotto e la title-track Io non mi sento italiano. In quest’ultima l’aspra condanna per l’Italia si chiude in maniera positiva:

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo…
Per fortuna lo sono. 

La critica alla società

Poi ritorna la critica alla società, con La parola io che condanna l’egoismo e la prepotenza dell’Occidente, descrivendo questa parola come il peccato originale. Il brano più intenso è Il tutto è falso in cui si evince il dramma dell’uomo moderno, perso nell’ipocrisia che lo circonda e nella profonda solitudine che sente. Culmina tale sensazione in I mostri che abbiamo dentro, in cui il cantautore in modo pirandelliano mostra come nel profondo tutti noi viviamo senza capire davvero chi siamo. Non insegnate ai bambini, invece, diventerà una delle più amate del cantautore, per la delicatezza e l’importanza del tema. La volontà di non insegnare ai bambini la nostra morale che sicuramente non è un giusto punto di riferimento. L’ultima traccia, Se ci fosse un uomo, è un monologo che mostra l’ideale di un uomo che possa essere all’altezza di se stesso, che non abbia bisogno di un Dio perché può ritrovarlo in se stesso. L’immagine di quella utopia che ha sempre costituito la poetica di Gaber.

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