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La storia dell’inconfondibile sound di Ritchie Blackmore

Ritchie Blackmore con i suoi inconfondibili metodi chitarristici, ha influenzato intere generazioni di giovani musicisti in erba e non. Rientrando, senza dubbio alcuno, nel novero dei migliori chitarristi di tutti i tempi.

Con le sue Stratocaster ha saputo lasciare un marchio indelebile nella storia della musica; riff taglienti e soliste melodiche sono alla base della ricetta per il successo in un’epoca in cui le idee di molti giovani intraprendenti cominciavano a prendere forma. 

Le origini di Ritchie Blackmore 

Al tramontare degli swingin’ 60s, i Deep Purple entrano a gamba tesa nell’industria musicale rivoluzionando completamente il modo di concepire la “musica dei giovani”. È in questo contesto che il giovane Ritchie compare per la prima volta imbracciando una Gibson Es335 equipaggiata con tremolo Bigsby, strumento di concezione prettamente jazzistica a cui, Blackmore non dedicherà espressioni e simbolismi particolari.

La storia vuole che il primo contatto tra Ritchie e la Stratocaster fosse avvenuto per merito di Eric Clapton che gliene regalò una. Sono intanto calate le ombre sugli anni sessanta e i DP cavalcano l’onda del successo con gli album “In Rock” e Fireball” e, in un’intervista del ’73 per la rivista Guitar Player”Blackmore afferma di preferire la Strat per il suo suono più aggressivo e tagliente (attacky) e per il fatto che, la fisionomia dei manici Fender dell’epoca, li rendeva più difficili da suonare rispetto a quelli di una Gibson, interpretando il rapporto tra musicista e strumento come una sorta di sfida reciproca all’ultima nota.

Egli indicò anche il tremolo delle Strat come un’alternativa decisamente più valida al Bigsby in dotazione su gran parte delle Gibson dell’epoca. Sappiamo, infatti, che in assenza di un sistema di meccaniche autobloccanti, non ancora inventato, i tremolo Gibson risultavano instabili per un uso intensivo come l’heavy metal e, in particolare, il suo stile richiedono; Blackmore è, infatti, tutt’oggi, solere adoperare il tremolo a 6 viti Fender abusandone particolarmente.

La strumentazione di Ritchie Blackmore 

Stratocaster a parte, Ritchie adotta due soluzioni altrettanto iconiche per dare voce alle sue dita; parliamo dei vari amplificatori Marshall jcm800 utilizzati in live potenziati a 200w e, della pratica, ma non meno incisiva alternativa in studio, il Vox Ac30, l’attacco nel sound del Mugnaio e l’elevatissima presenza sonora sono  dovute prettamente ad un’equalizzazione magistrale dei parametri standard dell’amplificatore e degli altissimi volumi ai quali era solito portarli.

Non a caso, i Deep Purple sono stati consacrati dai Guinness World Record come gruppo più rumoroso della storia. Ritchie non era solito adottare grosse quantità di effetti, sia per le ristrettezze a cui i tempi l’hanno relegato, sia per la sua indole purista, come vedremo più tardi.

Egli utilizzò un fuzz nel periodo del secondo album dei DP e, lo accompagnò ad un wah nel corso del terzo. Nella seconda metà degli anni ‘80 cominciò a sperimentare con i dispositivi MIDI di cui Roland fu pioniere, adottando il sistema di amplificazione elettronico GK1. 

Le Strat di Blackmore 

Ritchie Blackmore era solito modificare i propri strumenti, ricercando costantemente le caratteristiche ed i suoni che più potevano catalizzarlo nel processo compositivo. Nelle sue Strat troviamo, infatti, manomissioni particolari nella zona del manico, tasti scavati che seguono la fisionomia delle dita a contatto con la tastiera, ispirati agli strumenti classici come mandolini e liuti a corda che presentavano alcune di queste caratteristiche.

Questo metodo è stato adottato, in seguito, su molti strumenti adoperati dai virtuosi della chitarra come Yngwie Malmsteen, grazie alla sensibilità e alla morbidezza che il metodo garantiva alle corde a contatto con la tastiera. Il manico veniva anche sabbiato sul retro e, immancabili, erano le caratteristiche bruciature di sigaretta sulla parte bassa del palettone.

I pickup delle chitarre di Blackmore venivano spesso cambiati, l’unico concetto standard era l’assenza del pickup centrale che, a detta sua, lo intralciava durante i fraseggi solistici: Il set più iconico montato dal chitarrista è quello di Seymour Duncan ssl-4, presenti anche sulle repliche messicane e giapponesi che la Fender gli ha dedicato e il set di EMG adottato negli anni ‘80, epoca in cui i sistemi attivi hanno dominato sulle elettroniche passive.

Ad oggi, è possibile reperire repliche originali di questi strumenti a cifre più o meno accessibili, ma nonostante i sogni di gloria dei fan più sfegatati, possiamo sicuramente affermare che il sound della leggenda di cui abbiamo trattato non è, di certo, riconducibile ad uno strumento o un amplificatore particolari, ma al tocco e alle capacità uniche e strabilianti che hanno reso Ritchie Blackmore uno dei maestri della chitarra moderna, tecnica e libera da qualsiasi canone ed inibizione, alla costante ricerca del miglioramento e della perfezione. 

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Claudio Pezzella, studente in culture digitali e della comunicazione. Appassionato dell'arte in tutte le sue sfumature,alla costante scoperta di nuove frontiere culturali. Chitarrista e compositore polistrumentista impegnato in progetti progressive metal. (Email:claudio190901@gmail.com)