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Rock anni ’60: i migliori 5 brani

Il rock’n’roll è nato a metà degli anni ’50, per poi svilupparsi maggiormente nel corso del decennio successivo, dando forma a diversi generi e correnti. Da molti il decennio degli anni ’60 è giudicato il migliore per quanto riguarda la musica. Si trattavano del resto di anni pieni di creatività ed importanti cambiamenti socio culturali, i cui echi hanno resistito fino ad oggi. Fu proprio in quegli anni che si affermarono o irruppero sul mercato gruppi e solisti diventati ad oggi vere e proprie leggende.

Volendo stillare una classifica dei migliori brani pubblicati da rock star negli anni ’60, le difficoltà maggiori sono tre. La prima è che come già accennato si svilupparono una grande varietà di generi e sottogeneri: dal rock’n’roll al beat, dal surf allo psichedelico, dal folk al funk e la lista potrebbe andare avanti. Il secondo elemento è la grande rapidità con cui la situazione si evolse nel giro di soli dieci anni, sia dal punto di vista sociale che culturale. Il terzo è il livello qualitativamente molto elevato.

La maniera con cui procederemo è dunque quella di suddividere il decennio in cinque bienni, per ognuno dei quali verrà decretato il brano migliori. I criteri utilizzati saranno le vendite, l’indice di gradimento all’epoca, il background del pezzo e quanto sia ascoltato ancora oggi. È inevitabile che, volenti o nolenti, ad influire saranno anche i gusti personali e soggettivi. Altrettanto inevitabile è il fatto che molti grandissimi artisti saranno purtroppo esclusi, dovendone selezionare appena cinque.

1960-61: “Can’t Help Falling In Love” – Elvis Presley

A seguito dell’esplosività degli anni ’50, i primi anni ’60 cercarono di riportare sugli schermi e nei jukebox l’immagine di cantanti “puliti”. In quel periodo ebbero grande successo infatti cantanti come Bobby Darin, Pat Boone o Paul Anka. Elvis Presley, il re del rock’n’roll, rientrò proprio nel 1960 da due anni di servizio militare, anche lui con un’immagine parzialmente ripulita agli occhi della popolazione, proprio in virtù del servizio reso alla sua nazione.

Elvis continuò comunque a registrare brani rock’n’roll, con anche grandi influenze blues, come possiamo ascoltare nell’album “Elvis Is Back!”. Ciò non di meno i suoi più grandi successi dell’epoca, come “It’s Now Or Never” o “Are You Lonsome Tonight?” si distinguevano per appartenere ad un genere per così dire più melodico. La grande ballata del periodo giunta fino a noi è però senza dubbio “Can’t Hell Falling In Love”.

La melodia del brano è ispirata a quella di una canzone del XVII secolo, “Plasir D’Amour”, che fu semplificata nella versione di Elvis. Quest’ulitima uscì il primo ottobre 1961, raggiungendo il secondo posto in classifica. Secondo un recente studio effettuato in Gran Bretagna, “Can’t help Falling In Love” è la canzone che al meglio esprime il sentimento provato dagli innamorati.

1962-63: “Blowin’ In The Wind” – Bob Dylan

Nel 1963 le grandi rivoluzioni culturali che raggiunsero il loro apice nel 1968, parevano ancora lontane, ma si sa che i grandi poeti sono in grado di anticipare i tempi. Infatti, mentre spopolavano brani che facevano ballare tutti, come “Let’s Twist Again” di Chubby Checker o “Surfin’ USA” dei Beach Boys, per altro plagio di “Sweet Little Sixteen” di Chuck Berry, Bob Dylan pubblicava “Blowin’ In The Wind”.

Questa canzone storica sarà poi considerata come il brano manifesto dei movimenti portati avanti dai giovani americani di quell’epoca prima contro la guerra fredda e poi contro quella del Vietnam. Nelle strofe vengono espresse le tematiche sociali ed esistenziali. Da queste emerge in sintesi che l’uomo non è in grado di evitare le guerre. Uno spiraglio di speranza si apre però nel ritornello, in cui si spiega che in realtà una risposta a ciò c’è e sta soffiando nel vento.

La canzone venne registrata il 9 luglio 1962, venendo poi pubblicata nel maggio dell’anno seguente. La melodia di “Blowin’ In The Wind” ricorda quello di un antico spiritual nero: “No More Auction Block”, cantata dagli schiavi a seguito della loro liberazione nel 1833. A confermarlo è stato lo stesso Dylan, che nel 1978 ha dichiarato: Blowin’ in the Wind è sempre stata uno spiritual. Mi ispirai ad una canzone intitolata “No More Auction Block”. “Blowin’ in the Wind“ racchiude lo stesso feeling.”.

1964-65: “(I Can’t Get No) Satisfation” – The Rolling Stones

Nel 1964 si registrò la prima grande scossa rivoluzionaria del decennio. Questa porta il nome di British Invasion. Con questo termine si sta ad indicare i fenomeno culturale per cui prodotti, dapprima appartenenti al mondo della musica, irruppero nel mercato statunitense, come pure del resto del mondo. L’evento non segnò il solo mercato musicale. Principali fautori della British invasion sono i Beatles e quella che è considerata la loro controparte “malvagia”: i Rolling Stones.

Il 6 giugno 1965 furono proprio gli Stones, guidati dal carismatico frontman Mick Jagger, a sconvolgere l’America con una delle canzoni rock più famose di tutte i tempi: “(I Can’t Get No) Satisfation”. Il brano raggiunse la vetta delle classifiche sia statunitensi che britanniche, e non c’è da sorprendersene. Il riff della canzone, scritto dal chitarrista Keith Richards, è uno dei più noti di sempre. Richards ha raccontato di averlo ideato svegliandosi in piena notte. Inizialmente lo immaginava suonato da una sezione di fiati, ma il suono della sola chitarra alla fine parve molto più convincente.

La canzone è un mix perfetto di testo, in grado tanto di sconvolgere i benpensanti dell’epoca, quanto di esaltare i giovani, ed di musica. Non per nulla la rivista Rolling Stones l’ha inserita al secondo posto della lista delle migliori 500 canzoni nella storia del rock, mentre gli è stata riservata la vetta da VH1. Senza dubbio il brano a cui più viene associata la band ed in generale uno dei più rappresentativi del genere.

1966-67: “Light My Fire” – The Doors

A partire dal 1966 e con un incremento sempre maggiore negli anni successivi, si diffuse la cosiddetta “cultura delle droghe”, che vedeva uno dei suoi centri in California. Non per nulla proprio nel 1967 a San Francisco si tenne la cosiddetta “Summer Of Love”, all’insegna della musica, della pace e dell’amore libero. Iniziò in questo ambiente a diventare popolare anche l’uso di droghe come acidi, funghi allucinogeni o LSD.

In relazione a questa usanza si sviluppò il cosiddetto rock psichedelico. Tra i principali esponenti del genere ci sono fuor d’ogni dubbio i Doors. La band venne fondata a Venice Beach, Los Angeles, nel 1965. Un anno dopo, nel 1966, la band pubblicò il suo primo album, che conteneva canzoni diventate storiche, come “The Crystal Ship”, “The End” e “Light My Fire”. Quest’ultima canzone nella versione contenuta nell’LP aveva una durata di più di 7 minuti, improponibile per le radio. Nell’aprile 1967 venne così rilasciata una versione singolo della durata di circa tre minuti.

Light My Fire” fu composta dal chitarrista della band Robby Krieger e poi perfezionata dai membri della band. Jim Morrison scrisse la seconda strofa, che si contrapponeva alla prima per una maggiore tragicità, mentre fu il tastierista Roy Manzareck ad ideare l’intro che può rimandare alla musica classica. La canzone raggiunse il primo posto in classifica ed è ad oggi uno dei massimi esempi di rock psichedelico.

1968-69: “Hey Jude” – The Beatles

Non si può parlare di rock, soprattutto quello degli anni ’60, senza citare la band più famosa di tutti i tempi: i Beatles. Per la grande quantità di successi la band sarebbe già potuta apparire in precedenza in questa nostra lista, ma lasciarla alla fine come ciliegina sulla torta è sicuramente meglio. Nel 1968 il mondo intero era nel pieno di una rivoluzione sociale e culturale: dall’assassinio di MLK a quello di JFK, dalla guerra del Vietnam all’amore libero, dalla rivoluzione studentesca a Woodstock, nel 1969.

Il 26 agosto 1968 il gruppo di Liverpool pubblicò uno dei loro brani più famosi, nonché uno dei più noti di tutti i tempi: “Hey Jude”. La canzone fu composta da Paul McCartney per confortare Julian Lennon, dopo che il padre divorziò. La durata della canzone è di poco più di sette munti, di cui gli ultimi quattro dominati dall’iconico coro “Naaa-naaa-naaa-na-na-na-naaaaa-na-na-na-naaaaa Hey Jude”, accompagnato da un arrangiamento orchestrale in costante crescendo.

Proprio questo finale a posteriori può essere visto come una sorta di info di un’intera generazione. Quest’ultima è stata responsabile di numerosi ed importanti cambiamenti sociali che ancora influiscono fortemente sulla nostra società. Come accennato ad inizio articolo, sappiamo che sono stati esclusi moltissimi artisti eccezionali, ma questi sono sembrati i brani più adatti a scandire un decennio, quello degli anni ’60, che resterà per sempre tra i più importanti nella storia dell’umanità.

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Horus Black, al secolo Riccardo Sechi, nasce a Genova nel 1999 in una famiglia di musicisti classici. Appassionato di rock, soprattutto classic rock, cantante e musicista. Pubblica il suo primo album nel 2018. Indirizzo e-mail rsechi99@gmail.com